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 Oggetto del messaggio: IL SOCIALISMO MUNICIPALE
MessaggioInviato: 24/11/2016, 21:21 
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Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
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IL SOCIALISMO MUNICIPALE DI CALDARA
LA PREFAZIONE DI CARLO TOGNOLI
il socialismo dal basso
il municipio vicino ai cittadini
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CARLO TOGNOLI
1914: NOVANT’ ANNI FA I SOCIALISTI CONQUISTAVANO IL COMUNE DI
MILANO

Il socialismo municipale e l’ autonomia dei comuni
Filippo Turati, fondatore del Partito Socialista, ispiratore e ‘ leader’ del
“ riformismo” e gli esponenti del PSI che più si dedicarono alla politica comunale
(tra gli altri Montemartini, Bonomi, Caldara, Matteotti) elaborarono per gli
amministratori socialisti linee di azione basate su una conoscenza profonda dei
problemi e sulla convinzione di poter far avanzare il riformismo socialista dal
governo locale.
Questi autorevoli ‘ esperti’ erano dei capi politici che sapevano leggere e
padroneggiare i bilanci dello Stato e dei Comuni, che insegnavano ad amministrare
con assoluta oculatezza, senza sprechi, ma con l’ obbiettivo di introdurre nuovi
servizi sociali e di tutela del lavoro e di migliorare quelli esistenti, per aiutare i
lavoratori e i ceti meno abbienti.
Erano dei modernizzatori, in nome dell’ emancipazione delle classi più deboli: lo
erano nel campo igienico e sanitario, nel favorire la costruzione di case popolari,
nello sviluppare il trasporto pubblico urbano, nel contrastare la speculazione
edilizia, nel proporre un sistema tributario locale nettamente distinto da quello
statale, nel promuovere cultura e istruzione. Nei grandi comuni dove i socialisti
furono maggioranza (per esempio e Milano e a Bologna) quelle misure
funzionarono, di fronte ai conflitti sociali tra classe operaia e industriali, diremmo
oggi, da ‘ ammortizzatori sociali’ .
I lungimiranti amministratori socialisti identificavano nei comuni delle grandi città
(come accadeva in altri paesi europei) dei veri e propri ‘ governi’ capaci di
essere di esempio per il progresso armonico della società. I cambiamenti indotti
dallo sviluppo dell’ economia capitalistica, avvertiti nelle aree più urbanizzate e
industrializzate, portavano del resto a valorizzare il ruolo dei comuni che erano le
istituzioni più vicine ai cittadini. Mano a mano che andava estendendosi il processo
democratico e il suffragio popolare, si rafforzava il sentimento favorevole al potere
locale, più sensibile alle esigenze del popolo che non lo stato centralista.
Caldara era così convinto della forza dell’ autonomia comunale, da auspicare il
superamento delle ‘ province’ (“ enti buoni solo per i manicomi e le strade” )
che avrebbero potuto essere sostituite da ‘ consorzi e aziende consorziali’ . Non a
caso egli fu, assai prima di diventare Sindaco di Milano, segretario
dell’ Associazione dei Comuni d’ Italia, nata nel 1901 a Parma dopo una lunga
gestazione.
L’ Associazione era, per così dire, apartitica, e vedeva l’ adesione sia di comuni
retti dai moderati che dai socialisti (presidente fu nominato Mussi, allora sindaco
radicale di Milano).
I comuni ‘ associati’ avevano come obbiettivi l’ affermazione dell’ autonomia nei
confronti dello stato in una fase di espansione delle città ‘ industriali’ , la
separazione del sistema tributario locale da quello nazionale, l’ eliminazione delle
spese statali che venivano fatte gravare sugli enti locali (ferrovie, strade, alloggi
militari, uffici telegrafici, tiri a segno, rimboschimenti, stato civile ecc.).
Caldara, socialista riformista (ma ‘ intransigente’ come veniva definita la
posizione di coloro che erano contrari nel PSI alle alleanze elettorali) si formò a
questa scuola di democrazia civica.
L’ Associazione dei Comuni venne sostenuta, nella fase iniziale, prevalentemente
dai socialisti, ma fu guidata, successivamente, dai moderati e dai cattolici (nel 1904
Sturzo venne eletto nel consiglio direttivo) senza perdere la sua funzione
rivendicativa nei confronti dello stato.
Naturalmente Caldara, oltre ad essere protagonista della nascita e dello sviluppo
dell’ ANCI (come segretario ebbe molta voce in capitolo, si da essere definito
‘ eminenza grigia’ ) fu anche esponente di rilievo nell’ ambito degli
amministratori socialisti.
Il ‘ Manuale per gli amministratori degli enti locali’ edito nel 1920 dalla ‘ Lega
dei comuni socialisti’ , vede l’ orgogliosa introduzione del sindaco di Milano che
scrive, “ senza falsa modestia” , come la prova degli amministratori socialisti alla
guida dei comuni sia “ riuscita meglio di come si potesse sperare, sebbene la
conflagrazione europea abbia moltiplicate le difficoltà, i doveri e le responsabilità…
La crisi terribile e profonda causata dalla guerra e dal dopoguerra mise in evidenza
la potenzialità del socialismo a guarire i mali della società borghese, perché furono
per eccellenza i comuni socialisti quelli che seppero fronteggiare le più difficili
situazioni con provvedimenti efficaci ed opportuni” .
In quello stesso manuale, tra l’ altro spiccano, tra i curatori delle diverse sezioni, i
nomi dell’ on. Giacomo Matteotti (per la parte tributaria), Zanardi (sindaco di
Bologna), Alessandro Schiavi, Augusto Osimo. Questi socialisti riformisti, insieme a
Turati, Ugo Guido Mondolfo, Paolo Pini e agli altri sopra citati avevano contribuito
a stendere i programmi amministrativi sulla base dei quali gli eletti del PSI
condussero le loro battaglie nei consigli comunali, sino ai successi del 1914.
I programmi erano molto avanzati “ …il Consiglio Comunale come direttore di una
grande società cooperativa della quale ogni cittadino è un azionista…Una volta il
servizio pubblico era la strada, il lampione, la posta, il gendarme, l’ esattore, il
becchino…oggi sopraggiungono i bagni, le case, i musei, i parchi, l’ acqua potabile,
la luce, la forza motrice, le tranvie, le panetterie, la biblioteca, le scuole
professionali e speciali…e ogni sorta di assistenza intellettuale, igienica, civile…”
(Turati nel programma amministrativo per Milano del 1910). Tuttavia c’ era una
grande consapevolezza del valore di una sana amministrazione e si sottolineava, a
proposito delle municipalizzazioni, che “ …un’ azienda municipalizzata può essere
o fonte di lucri o cause di perdite per il Comune… Se ne deduce che il principio
della municipalizzazione non può essere considerato per se stante, ma sempre in
rapporto alle condizioni particolari del servizio che si vuole gestire e
dell’ ambiente in cui la gestione deve svolgersi…” (‘ Manuale per gli
amministratori degli enti locali’ -1920).
Valeva a dire che l’ equilibrio dei bilanci andava salvaguardato anche per rispetto
ai cittadini-lavoratori che i socialisti rappresentavano. Le migliori concezioni
dell’ economia erano presenti nell’ orientamento che veniva fornito agli eletti nei
comuni.
Fu sulla base di queste idee e di questo solido retroterra socialista e democratico
che Caldara divenne sindaco di Milano, portando esperienza, conoscenza dei
problemi e amore per il popolo e per la propria città.
Barbarossa a Palazzo Marino
‘ Barbarossa’ a Palazzo Marino, fu il grido d’ allarme del ‘ Corriere della Sera’
per la vittoria socialista alle elezioni amministrative del giugno 1914. Novant’ anni
fa, infatti, grazie alla legge maggioritaria vigente per le elezioni locali la lista
socialista guidata da Filippo Turati otteneva sessantaquattro seggi contro i sedici
dei ‘ costituzionalisti’ (liberali e moderati).
Nella campagna elettorale lo scontro era stato duro proprio perché la vittoria
socialista appariva possibile dopo il successo del PSI a Milano alle politiche del
1913.
Frasi pesanti da parte dei liberali verso il PSI: “ …Non si amministrerà per tutti,
ma soltanto per il proletariato rigorosamente socialista – si scrisse sul
‘ Corriere’ - e il professor Mussolini condanna il Re d’ Italia all’ esilio dal
Comune di Milano…”
Mussolini, ancora direttore dell’ Avanti!, aveva proposto un ordine del giorno
antimonarchico (…’ si sappia che se S.M. Vittorio Emanuele avesse idea di venire
a Milano, troverà il portone di Palazzo Marino solidamente sprangato…’ ) che fu
utilizzato dai conservatori per dipingere i socialisti come faziosi.
Vinte le elezioni - dopo l’ offerta della. candidatura all’ avv. Luigi Majno, anziano
e autorevole professionista milanese e socialista, che rifiutò anche per ragioni di
salute - il PSI propose l’ avv. Emilio Caldara.
Gli obbiettivi più rilevanti per i socialisti erano nella politica sociale e nel rilancio
delle opere pubbliche.
Il Comune doveva garantire sussidi ai disoccupati, ma contemporaneamente
procurare posti di lavoro. Doveva calmierare i prezzi dei generi di prima necessità
e promuovere l’ edilizia popolare.
Doveva rendere equa l’ imposizione tributaria (da qui la decisione di introdurre
l’ imposta sulla proprietà ‘ …che dalle opere del Comune ha avuto maggiori
vantaggi…’ ).
Non erano dimenticate le ‘ municipalizzazioni’ : già attuata quella dell’ energia
elettrica, veniva auspicata quella del ‘ gas’ (che non si fece) e quella dei trasporti
pubblici (che si attuò nel 1916).
La beneficenza doveva tradursi in assistenza sociale.
La guerra
Il programma dovette subire tuttavia dei cambiamenti perché alle porte c’ era la
partecipazione italiana alla guerra.
Il PSI, com’ è noto, era contro l’ ingresso in guerra e Caldara non faceva
eccezione.
Quando Mussolini (che era stato eletto consigliere comunale) scrisse il suo articolo
per la ‘ neutralità attiva’ (a favore dell’ intesa anglo-franco-russa, contro
l’ Austria e la Germania) – si aprì un periodo di profonde fratture nella società
italiana e all’ interno dello stesso partito socialista.
I socialisti della corrente ‘ turatiana’ rimasero fedeli alla neutralità, compreso
Caldara che però intervenne, nel novembre 1914, per attenuare i provvedimenti
disciplinari della direzione del PSI contro Mussolini, che fu espulso e di li a poco
diede vita al ‘ Popolo d’ Italia’ .
Milano divenne l’ epicentro delle manifestazioni interventiste, che presero di mira
anche il sindaco e la giunta, senza arrivare a particolari forme di violenza.
La ‘ giunta’ in azione
Uno dei primi atti della giunta fu l’ istituzione dell’ Ufficio del Lavoro, in coerenza
non solo con l’ ispirazione socialista, ma anche con quanto da tempo sosteneva
Caldara nei suoi scritti sull’ autonomia comunale - “ … Molte leggi protettive del
lavoro non possono prescindere dall’ intervento del Comune, soprattutto per la
necessità di una applicazione praticamente opportuna ed efficace. Un esempio: la
legge sul lavoro festivo e settimanale, per la sua stessa natura, non può che avere
una regolamentazione locale…” (‘ Il Comune e la sua amministrazione’ -1908)
La politica del primo cittadino socialista e della sua amministrazione, dopo
l’ entrata in guerra, sul piano dell’ assistenza fu poi così efficiente da far mutare
l’ atteggiamento del ‘ Corriere’ di Albertini e di una parte dell’ opposizione
(Ettore Ponti, ex sindaco).
Gli aiuti ai profughi e ai rimpatriati che arrivavano a Milano e alle forze armate,
furono organizzati da un Comitato che aveva il compito di dare destinazione ai
fondi raccolti dal comune a dalle associazioni cittadine. Una grande sottoscrizione
per i programmi di assistenza civile ebbe un successo imprevisto.
L’ Ufficio per l’ assistenza economica alle famiglie dei militari era presieduto dal
Sindaco.
Un altro ufficio per i bambini bisognosi, vide la partecipazione di un gran numero di
volontarie e volontari e l’ intervento della Società Umanitaria.
L’ Ufficio per il ‘ collocamento e soccorso dei disoccupati residenti da un anno e
ricovero e sussidio a profughi e rimpatriati’ , continuò in altra forma l’ attività
dell’ ufficio municipale del lavoro, utilizzando la collaborazione di industriali e
commercianti, più disponibili di qualche tempo prima nel clima di solidarietà
esistente durante la guerra.
Vennero create altre sezioni: quella che tutelava gli interessi economici e personali
dei militari, con supporto legale gratuito; assistenza morale ai feriti e convalescenti
(ricordiamo “ Addio alle armi” di Hemingway!); assistenza sanitaria e aiuti ai
militari al fronte; assistenza straordinaria ai danneggiati dalla guerra (tra cui ciechi
e orfani).
Fu un’ esperienza eccezionale che mise in luce le qualità amministrative, umane e
politiche di Caldara e le capacità dei suoi collaboratori (‘ quasi tutti sconosciuti’
si era scritto quando vennero eletti) e l’ incisività del socialismo riformista che si
procurò l’ apprezzamento di una parte degli avversari e la stima della borghesia
produttiva.
Dopo la rotta di Caporetto la Giunta diffuse un manifesto, che senza tradire il
neutralismo, si schierava a difesa della patria nel momento difficile. “ …se è vero
che l’ invasore conta sullo scoramento del popolo nostro, voi, cittadini della città
generosa, in cui più si urtano i contrasti ideali, mostrate che esso ha fatto un
calcolo sbagliato, e date esempio ai fratelli d’ Italia di calma, di fiducia perché più
facilmente il nemico sia ricacciato, più presto rifulga la pace e la giustizia imperi
sui popoli…”
L’ appello venne accolto favorevolmente da tutte le forze politiche cittadine, ad
eccezione dei ‘ rivoluzionari’ della sezione milanese del PSI.
L’ amministrazione socialista non si limitò all’ assistenza
Se il clima particolare della guerra consentì al ‘ socialismo municipale’ di mettere
in luce le capacità dei suoi uomini sul terreno della assistenza (coerente con il
programma socialista) e di ottenere apprezzamento e appoggio da settori
dell’ opposizione e dell’ ‘ establishment’ cittadino – l’ azione della Giunta
Caldara non si fermò a questi risultati.
Venne data vita all’ ‘ Azienda consorziale dei consumi’ per ‘ togliere alla
speculazione il rifornimento dei generi alimentari di più ampio consumo’ (latte,
pane, olio, scarpe, vestiti, legna, carbone ecc.) che fu molto gradita dai cittadini di
tutte le tendenze, malgrado l’ ostilità di una parte degli esercenti.
Attuò la municipalizzazione dei tram, approfittando della scadenza della
concessione alla Edison (1917): in quell’ epoca il passaggio alla gestione comunale
di alcuni servizi significava trasferire gli utili d’ impresa dai privati all’ ente
pubblico.
La politica assistenziale, come servizio sociale, continuò oltre la guerra e fu un
vanto del Comune di Milano (da questo nasce il detto ‘ Milan col coeur in man’ ).
Venne istituito il servizio farmaceutico comunale.
Le intuibili difficoltà di quel periodo storico non portarono alla cancellazione degli
impegni nel campo dell’ istruzione. Furono costruite molte scuole elementari e
scuole ‘ speciali’ per i portatori d’ handicap.
Arrivò a conclusione la pubblicizzazione del Teatro alla Scala, con la costituzione
dell’ Ente Autonomo, il cui primo direttore fu Arturo Toscanini.
Le grandi opere dovettero subire i rinvii resi inevitabili dalla guerra. Così fu per la
nuova Stazione Centrale, per l’ Ospedale di Niguarda, per il Tribunale, che
peraltro vennero realizzate molti anni dopo, sotto i podestà, durante il regime
fascista.
Nel cassetto rimasero il progetto di rete metropolitana (che venne concepito allora,
ma avviato a metà degli anni ’ 50) e il ‘ porto’ per un canale di collegamento con
il Po’ (Milano-Cremona-Po’ -Adriatico).
La politica di bilancio della giunta socialista, stretta da leggi che non prevedevano
la progressività delle imposte e dalla diminuzione delle entrate dei dazi di consumo,
fu mantenuta in equilibrio dalla ‘ sovrimposta’ immobiliare (che fu contestata dai
proprietari, che riuscirono a farla ridurre ma non a farla annullare) e da qualche
‘ taglio’ nelle spese, sì da ricevere, anche su questo piano, qualche
apprezzamento dell’ opposizione liberale.
Alla fine del suo mandato, verso le elezioni del 1920, Caldara benché sapesse che
non sarebbe stato riproposto come sindaco dalla maggioranza rivoluzionaria del PSI
milanese, accettò di guidare la lista che vinse nuovamente ed elesse Filippetti alla
guida dell’ amministrazione sino all’ occupazione di Palazzo Marino da parte delle
squadre fasciste il 3 agosto 1922.
La sezione socialista milanese, a maggioranza massimalista, pur esprimendo aspre
riserve sugli atteggiamenti pacifisti, ma patriottici di Caldara, non sollevò la benché
minima critica rispetto ai risultati della politica amministrativa della giunta e anzi li
approvò.
Un grande sindaco che ‘ governò’ Milano
La grandezza di Caldara fu di essere ‘ il sindaco di tutti i milanesi’ come
sottolineò Turati, e di mostrare profonda conoscenza delle leggi e della macchina
comunale. Fu un ottimo amministratore, ma non fece l’ ‘ amministratore
delegato’ dell’ azienda Comune di Milano (anche se non fece errori nei bilanci e
con un governo ostile seppe trovare le risorse necessarie per la città): andò oltre,
dimostrandosi politico attento, vera guida di una città europea, la seconda capitale
d’ Italia.
All’ inizio del 1919 ricevette Wilson a Palazzo Marino (e gli dedicò un concerto
alla Scala) richiamandosi, con un discorso di notevole levatura, ai 14 punti del
Presidente americano, tra i quali l’ affermazione della democrazia, il
riconoscimento della giustezza della rivendicazione dell’ eguaglianza economica e
l’ autodeterminazione dei popoli: si attirò per questo la riprovazione della
maggioranza ‘ rivoluzionaria’ della sezione socialista milanese (protagonista
dell’ intervento Filippetti!) che lo deferì alla direzione del partito.
Andò a Berlino a raccogliere i bambini tedeschi bisognosi che dopo la guerra
Milano volle ospitare in nome di un internazionalismo concreto.
Fu in missione a Fiume per rendersi conto della situazione di quella città dopo
l’ occupazione dannunziana.
Non rifiutò, come detto sopra, malgrado le perplessità dello stesso Turati, di
capeggiare una lista socialista a prevalenza massimalista per le elezioni municipali.
Fu un capo politico accorto e coraggioso insieme, un difensore dei lavoratori che
seppe essere uomo delle istituzioni senza tradire i principi socialisti e democratici
cui si ispirava.
Carlo Tognoli
Bibliografia - Storia dell’ amministrazione comunale (Franco Nasi) ed. Comune di Milano, 1969 –
La giunta Caldara (Maurizio Punzo) ed. Cariplo-Laterza, 1986 – L’ età del riformismo (
comunicazione Ivano Granata) ed. Mondo Operaio, 1978 – Le sinistre e il governo locale in Europa,


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