Forum per un "Congresso della Sinistra" ... sempre aperto

La libertà è il diritto dell’anima a respirare. E noi, partecipando malgrado tutto, vogliamo continuare a respirare.Lo facciamo nel modo più opportuno possibile all’interno di questo forum che offre spazio a tutti coloro che credono nella democrazia
Oggi è il 13/11/2019, 2:41

Tutti gli orari sono UTC + 1 ora




Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 6 messaggi ] 
Autore Messaggio
MessaggioInviato: 31/08/2014, 18:01 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
PIANO QUINQUENNALE DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICA PER LA PIENA OCCUPAZIONE

la crisi economica in europa e in particolare in Italia impone ai socialisti di ispirazione marxista di elaborare un piano di sviluppo dell' economia. Oggi la sinistra europea e italiana è divisa in 3 movimenti : 1) socialdemocratici statalisti e pianificatori 2) la sinistra benecomunarda ( movimenti per i beni comuni) 3) movimenti sociali autonomi contro l' impero ( finanziario) . Contro la crisi economica per la piena occupazione l' unità della sinistra e di tutte e 3 queste componenti è FONDAMENTALE, ma con delle PRIORITA' progettuali , e la priorità è un PIANO PER LO SVILUPPO DELL' ECONOMIA e DELLA PIENA OCCUPAZIONE. Ripartire quindi dalla rifondazione di un grande stato socialdemocratico a costituzione RIGIDA. Questo bellissimo saggio di Dobb è un buon punto di partenza, buona lettura

Pianificazione
Enciclopedia del Novecento (1980)
di Maurice Dobb

( ENCICLOPEDIA TRECCANI )

Pianificazione

sommario: 1. Introduzione. 2. Il dibattito teorico. 3. La ‛pianificazione indicativa' del capitalismo. 4. Il dibattito recente. 5. La pianificazione sovietica. 6. Analisi critica delle tendenze al decentramento. 7. Il problema dei prezzi. 8. Conclusione. □ Bibliografia.

( Parte 1)

1. Introduzione

L'idea generale della pianificazione economica è solitamente attribuita, e associata, ai pionieri del pensiero socialista del XIX secolo. Era abbastanza naturale supporre che qualcosa di simile avrebbe dovuto prendere il posto del meccanismo di mercato, meccanismo che gli economisti classici avevano dimostrato essere il regolatore automatico di una società atomi stica basata sulla produzione e l'iniziativa individuali (la famosa "mano invisibile" di Adam Smith, cioè le leggi economiche che operano attraverso la libera concorrenza, piegando e assoggettando gli interessi individuali a fini sociali). In realtà, i pionieri del pensiero socialista hanno detto ben poco sull'argomento. Saint-Simon si è limitato ad affermare che la società futura sarebbe stata ‟organizzata seguendo un disegno generale preordinato". Landauer (v., 1959) nella sua ricerca sul socialismo europeo ha scritto: ‟La progettazione è l'essenza della pianificazione. Nell'ultimo periodo del XIX secolo e nella prima parte del XX, l'idea della pianificazione fu completamente messa in ombra dall'esigenza di ottenere una più equa distribuzione. Tuttavia, i fondamenti delle moderne concezioni in fatto di pianificazione risalgono agli insegnamenti dei sansimoniani". Con Marx ed Engels i riferimenti alla pianificazione si fanno più espliciti, anche se resta intenzionalmente omessa al riguardo ogni indicazione di dettaglio, desiderando entrambi abbandonare l'approccio di quelli che essi definivano ‟socialisti utopisti", e convinti che fosse ozioso tentare di tracciare qualcosa di più che le linee generali del futuro assetto della società, almeno fino a quando non si fosse giunti a un punto tale da disporre di un quadro concreto di quelli che sarebbero stati i problemi reali (e non più supposti) e le relative istituzioni. Tolte poche affermazioni generali sulla distribuzione pianificata del lavoro produttivo - distribuzione che avrebbe dovuto sostituire l'operare spontaneo delle forze di mercato - Marx ed Engles non hanno fornito alcuna indicazione specifica sul modo in cui tale pianificazione avrebbe dovuto agire e sulle istituzioni nelle quali avrebbe dovuto concretarsi il possibile grado della sua centralizzazione e del suo decentramento. Engels, in Il socialismo dall'utopia alla scienza, parla di ‟produzione socializzata secondo un piano preordinato", e nell'Anti-Dühring della ‟anarchia della produzione sociale" che sarebbe stata sostituita dalla ‟organizzazione cosciente della società sulla base di un piano". Quanto a Marx, nel III Libro del Capitale fa riferimento, piuttosto di sfuggita, ai produttori che ‟regolano la loro produzione secondo un piano preordinato", alla ‟società organizzata come un'associazione consapevole e organica", che fissa ‟una relazione diretta tra le quantità di tempo di lavoro sociale impiegate nella produzione dei singoli prodotti e l'entità del bisogno sociale di ciascuno di essi". E questo è tutto.

2. Il dibattito teorico

Quando, agli inizi di questo secolo, alcuni critici del socialismo - economisti come G. Halm, N. G. Pierson e L. von Mises - cominciarono a sviluppare sul piano teorico la critica di questo meccanismo economico, assunsero come verità incontrovertibile che una società a proprietà pubblica dei mezzi di produzione sarebbe stata inevitabilmente caratterizzata da una pianificazione economica altamente centralizzata. Assunsero come assiomatico che una simile pianificazione avrebbe sostituito integralmente il meccanismo del mercato (con la sola eccezione, eventualmente, dei beni venduti al dettaglio a consumatori individuali) e che, se lo Stato era proprietario dell'industria, avrebbe certamente stabilito ciò che l'industria avrebbe dovuto realizzare, emettendo ordini dettagliati, in una forma o in un'altra, ai suoi dipendenti ai vari livelli (come per ogni organo o ufficio statale).
L'attacco degli economisti alla pianificazione, e specialmente quello di von Mises, contestò che, in assenza del mercato, un sistema di questo tipo potesse disporre di un qualche criterio di razionalità, e sostenne che, di conseguenza, non vi sarebbe stato modo in esso di distinguere metodi economici di produzione o di allocazione delle risorse da altri che non lo fossero. Nel suo famoso articolo Die Wirtschaftsrechnung in Sozialisticher Gemeinwesen (in ‟Archiv für Sozialwissenschaften", 1920, XLVII), von Mises scrisse: ‟L'importanza del denaro, in una società a controllo statale dei mezzi di produzione, sarà diversa da quella che ad esso si annette in una società in cui i mezzi di produzione sono proprietà privata. In effetti essa sarà incomparabilmente minore [...] in quanto sarà circoscritta ai beni di consumo. Di più: proprio perché nessun bene di produzione potrà mai essere oggetto di scambio, sarà impossibile determinarne il valore monetario. In uno Stato socialista il denaro non potrà mai svolgere il ruolo che svolge in una società concorrenziale nel determinare il valore dei beni di produzione. Qui il calcolo in termini monetari sarà impossibile. [...] E proprio nelle transazioni di mercato che si formano per tutti i generi di beni e di lavoro impiegati, quei prezzi di mercato che debbono essere presi come basi del calcolo. Dove non vi è libero mercato, non può esistere alcun meccanismo per la determinazione dei prezzi; ma, senza un simile meccanismo, non vi è calcolo economico".
In precedenza, in un famoso articolo (Il ministro della produzione nello Stato collettivista) apparso nel ‟Giornale degli economisti" del 1908, E. Barone, seguendo il suo maestro Vilfredo Pareto, aveva esaminato le condizioni che un ministero della produzione di uno Stato collettivista avrebbe dovuto rispettare ‟per trarre il massimo vantaggio dalla sua azione", e concludeva che ‟il sistema di equazioni di un equilibrio collettivista è identico a quello di un equilibrio di libera concorrenza". Barone sosteneva ‟l'impossibilità di risolvere queste equazioni a priori" e asseriva, in sintesi, che ‟le dottrine che immaginano che in uno Stato collettivista la produzione sarà organizzata in un modo radicalmente diverso da quello della produzione ‛anarchica', sono delle vere bizzarrie".
Nel corso degli anni trenta la sfida fu raccolta da diversi economisti socialisti, in particolare da H. D. Dickinson, in Inghilterra, e dal polacco O. Lange, che in quel periodo risiedeva negli Stati Uniti. La risposta del primo è stata definita ‛soluzione concorrenziale', in quanto si sforzava di dimostrare che la proprietà pubblica del capitale e della terra non era da nessun punto di vista incompatibile con il mantenimento di un mercato per i cosiddetti ‛fattori di produzione' (o ‛beni impiegati nella produzione') e con la concorrenza tra imprese di Stato nelle vendite e negli acquisti. La soluzione di Lange non fa appello a mercati ‛reali', ma si fonda invece (e tuttavia con un meccanismo in qualche modo analogo) su un sistema di ‛prezzi contabili', in base a cui potrebbero essere prese le decisioni produttive. Questi prezzi contabili sono modificati in rapporto alle relazioni di domanda e offerta prevalenti per i beni o i ‛fattori' produttivi in questione. Così, ad esempio, l'autorità centrale, nell'offrire ai Consigli di amministrazione delle industrie o alle imprese i servizi di fondi-prestiti o fondi di investimento, fisserà un costo del prestito, o saggio di interesse, per il loro uso: esso sarà aumentato, se le richieste superano il fondo di investimento complessivo disponibile, e abbassato nel caso opposto. Lange allude a ‟un procedimento per ‛tentativi ed errori' nell'economia socialista". Egli riassume in questi termini la sua risposta a Mises: ‟L'asserzione del prof. Mises che un'economia socialista non può risolvere il problema dell'allocazione razionale delle sue risorse è fondata su una confusione circa la natura dei prezzi [...]. Il termine ‛prezzo' ha due significati. Può significare il prezzo nell'accezione comune del termine, cioè la ragione di scambio di due merci su un mercato, o può avere il significato più generale di ‛rapporti in base ai quali si pongono le scelte alternative' [...]. Per risolvere il problema della distribuzione delle risorse sono indispensabili solo i prezzi in questa accezione più generale [...]. Il prof. Mises, invece, sembra aver confuso i prezzi nell'accezione più ristretta, cioè le ragioni di scambio delle merci su un mercato, con i prezzi nel senso più generale di ‛rapporti in base ai quali vengono offerte scelte alternative". (v. Lange, 1938, pp. 59-61).
Coloro che avevano in precedenza sostenuto che il problema era teoricamente insolubile in un'economia socialista, passarono a questo punto a sostenere che una sua soluzione positiva, benché teoricamente possibile e da non escludere a priori, fosse in pratica altamente improbabile. (Lange ha chiamato questa argomentazione la ‟seconda linea di difesa" delle posizioni alla Mises). Si parlò delle migliaia, o meglio dei milioni di equazioni che un organo di pianificazione avrebbe dovuto risolvere. Fu questa la posizione assunta da F. A. von Hayek e da L. Robbins; quest'ultimo disse che mentre ‟sulla carta possiamo immaginare di risolvere il problema con una serie di calcoli matematici [...] in pratica una soluzione del genere è quasi irrealizzabile" (v. Robbins, 1934, p. 151). Si può dire che da allora la forza di questa argomentazione sia stata grandemente indebolita dall'invenzione dei calcolatori elettronici e dallo sviluppo delle tecniche di programmazione lineare per la soluzione dei problemi di ottimizzazione e di allocazione delle risorse. Nonostante ciò, qualcuno potrebbe ancora sostenere che le difficoltà pratiche per un calcolo che dia esito positivo rendono assai improbabile la realizzazione, nel processo decisionale della società pianificata, di un grado di ‛ottimizzazione' non troppo basso o addirittura di un alto grado di coerenza interna nei piani. Questo problema della realizzabilità è, evidentemente, rilevante anche per determinare il grado di dettaglio che dev'essere ed è incluso nelle decisioni centralizzate (problema dipendente esso stesso non solo dall'efficienza de! calcolo, ma anche dalla disponibilità in forma appropriata di informazioni attendibili). Su ciò ritorneremo.
In rapporto a ciò va osservato che, sia la ‛soluzione concorrenziale' di Dickinson, che il metodo dei ‛prezzi contabili', proposto da Lange, fornivano una risposta al problema proponendo un meccanismo per la determinazione delle decisioni fortemente decentrato e riducendo al minimo le decisioni da prendere in modo centralizzato ai vertici. Di conseguenza, essi sostenevano che un simile meccanismo non è incompatibile con la proprietà sociale o pubblica dei mezzi di produzione ed è in grado di operare praticamente. In sostanza, essi proponevano la combinazione della proprietà sociale con una qualche forma di meccanismo di mercato, o comunque di quasi-mercato: ma non asserivano, contro Mises, che esistesse una soluzione compatibile con la pianificazione centralizzata ‛di per sé'. Persino nel dibattito degli anni trenta vi fu però chi sostenne quest'ultima tesi. Per esempio, R. Hall (v., 1937) affermava che, poiché ‟la domanda dei fattori di produzione è una domanda derivata [...] non esistono difficoltà sul piano teorico per il calcolo dei costi [...] fintanto che sussista un mercato per i beni di consumo". Ma poiché l'allocazione del capitale nei diversi impieghi deve in pratica comprendere l'allocazione di ogni tipo di bene capitale sui generis (tipò di metallo o di combustibile, tipo di macchina utensile), il problema è notevolmente più intricato di quanto potrebbe apparire a prima vista: e ovviamente diventa cruciale in questo caso il metodo di determinazione dei prezzi e dei costi per ciascuno di questi beni.

3. La ‛pianificazione indicativa' del capitalismo

In tempi più recenti il concetto di pianificazione ha cessato di essere associato unicamente alla proprietà sociale dei mezzi di produzione. Dopo la seconda guerra mondiale si cominciò a parlarne, e persino in qualche misura ad applicarla, anche nei paesi capitalisti. In larga misura ciò fu una conseguenza dell'esperienza, fatta in tempo di guerra, dei controlli statali e del ‛dirigismo economico' (e anche del razionamento delle risorse sia tra le imprese che tra i consumatori), e costituì un deliberato tentativo di estendere questi metodi al tempo di pace per far fronte ai problemi del dopoguerra. Il dibattito sulla pianificazione è stato stimolato anche dall'interesse per i problemi dei paesi sottosviluppati, in rapporto con i progetti internazionali di aiuto economico, patrocinati dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, ecc.
In Francia fu varato, nel 1947, il cosiddetto ‛piano Monnet'. Negli anni seguenti piani per periodi di quattro o cinque anni furono redatti in Olanda, Belgio e Scandinavia. In Italia vi fu il piano Vanoni; anche in Gran Bretagna vi fu qualche anno più tardi un cosiddetto ‛piano nazionale', che rimase semplicemente un progetto sulla carta ed ebbe scarsa o nulla efficacia operativa. Per motivi di chiarezza, alcuni preferiscono indicare questi fenomeni con il termine ‛programmazione', anziché con quello di ‛pianificazione'. In conclusione, per indicare questa specie di pianificazione capitalistica, piuttosto empirica, si finì per adottare il termine ‛pianificazione indicativa' o quello di ‛dirigismo'. Evidentemente, soprattutto se si tratta della realizzazione del piano, fa un'enorme differenza che esso sia applicato a imprese di proprietà sociale e del settore pubblico o invece a società private e autonome. Queste ultime possono essere ‛dirette' o costrette solo in situazioni eccezionali (per es. in tempo di guerra), ovvero con metodi eccezionali (ma allora probabilmente questi metodi incontreranno resistenze o saranno elusi). Ma l'argomentazione teorica usata per illustrare l'efficacia specifica di questa pianificazione indicativa è stata che i piani, malgrado non abbiano carattere coercitivo, serviranno come linee direttrici dello sviluppo futuro e che, nei limiti in cui si ‛prevede' saranno seguiti, anche approssimativamente, introdurranno un certo coordinamento tra i settori produttivi e le imprese, agevolando decisioni di investimento a lungo termine, che in loro assenza non sarebbero forse state prese. Il successo di un simile ‛dirigismo' dipendeva soprattutto dalla misura in cui ciascuna singola impresa prevedeva che le altre imprese sarebbero state influenzate nelle loro decisioni dagli obiettivi indicati oppure al contrario, li avrebbero ignorati. Alcuni, tuttavia, sono andati oltre l'idea del piano come semplice indicazione direttiva che le imprese private potevano seguire o abbandonare a loro discrezione, e hanno interpretato la ‛pianificazione indicativa' come il tentativo di stabilire un collegamento tra le grandi imprese e i grandi gruppi, incoraggiandoli a concludere una serie di accordi circa il loro comportamento futuro, accordi destinati ad avere l'effetto di avviare gli avvenimenti economici nella direzione desiderata. (v. programmazione).

4. Il dibattito recente

Negli anni successivi del periodo postbellico, il dibattito sulla pianificazione si è incentrato su due aspetti, ambedue importanti: si è prestata maggiore attenzione alla distribuzione del reddito come elemento qualificante per determinare le condizioni di una ‛efficiente' allocazione delle risorse economiche; si è spostato l'interesse dalle condizioni dell'equilibrio statico a quelle dello sviluppo economico.
Vediamo, in primo luogo, la distribuzione: il maggior rilievo dedicato a questo aspetto del problema, nelle fasi più recenti della discussione, ha ridimensionato in modo drastico i tentativi della teoria economica di difendere il sistema di mercato (data la concorrenza) sul terreno della sua capacità di soddisfare in modo ‛automatico' le ‛condizioni di efficienza', capacità che si pretendeva non avesse l'economia pianificata. Già un'opera come The economie of welfare (1920) di A. C. Pigou sottolineava che la distribuzione del reddito era una delle due condizioni principali della massimizzazione del benessere economico (e l'assunto implicava che tale benessere potesse essere massimizzato solo se la distribuzione del reddito fosse stata modificata in direzione dell'uguaglianza). Nondimeno, Pigou cercava di proporre delle condizioni di efficienza per la massimizzazione del reddito nazionale (o prodotto netto totale), nonostante il fatto che dal punto di vista del benessere (o utilità) tale massimizzazione dipendesse completamente dalla distribuzione (l'incremento di ‛utilità' apportato da un'unità addizionale di prodotto dipende, infatti, interamente da chi la consuma, se una persona a reddito alto o una a reddito basso). E vero che, a partire dalla fine degli anni trenta, autori come L. Robbins in Inghilterra e numerosi economisti americani (tra di essi questa posizione è ancora più largamente diffusa), hanno cercato di eliminare i problemi della distribuzione, tornando alla ‟negazione della possibilità dei confronti interpersonali di utilità", asserita da Pareto, e affermando, con forti accenti positivistici, che l'economia come scienza positiva e wertfrei deve limitarsi a formulare teoremi sulla ‛efficienza', intesa come massimizzazione della produzione. Ma le considerazioni sulla distribuzione del reddito non possono essere eliminate con tanta disinvoltura. Divenne ben presto chiaro che, se la negazione dei confronti interpersonali fosse stata tenuta ferma in modo rigoroso, non si sarebbe potuto asserire alcunché sulla massimizzazione del prodotto ‛globale' (dal momento che la somma dei prodotti eterogenei in un prodotto globale era effettuata implicitamente in termini di utilità, di cui i prezzi sarebbero stati il riflesso e la misura; ogni somma di questo genere era, di conseguenza, dipendente dalla distribuzione). Per superare questa difficoltà e far sì che si potessero formulare condizioni di ‛efficienza nonostante l'impossibilità dei confronti interpersonali, fu escogitato il cosiddetto ‛principio di compensazione'. Ma un intricato e prolungato dibattito, che si svolse negli anni cinquanta, finì col dimostrare che questo principio non poteva essere enunciato senza cadere in contraddizioni contraddizioni dovute, ancora una volta, all'intrusione di quegli influssi della distribuzione del reddito, che per ipotesi erano stati esclusi.
In conseguenza di ciò, se l'‛efficienza' giudicata secondo il criterio del benessere sociale era necessariamente dipendente dalla distribuzione del reddito, e non vi era alcun motivo per supporre che la distribuzione del reddito creata dal mercato avesse alcun rapporto con quella ideale, ne discendeva che l'efficienza di un libero mercato poteva essere considerata, nel migliore dei casi, come nient'altro che un'approssimazione rispetto al punto ottimale. Viste le forti disuguaglianze di reddito e le imperfezioni della concorrenza, qualcuno potrebbe sostenere che questo tipo di efficienza sarebbe notevolmente scarsa. Persino se un'economia pianificata dovesse rimanere molto lontana dalle ‛condizioni ottimali di efficienza' sulle quali cercavano di porre l'accento gli economisti, ciò non significherebbe affatto, di necessità, che la pianificazione è inferiore al sistema di mercato.
Consideriamo ora lo spostamento del centro del dibattito economico dall'equilibrio statico alla dinamica - spostamento che ha luogo dopo la seconda guerra mondiale - e vediamone il rapporto con il dibattito sulla pianificazione. Questo nuovo interesse per lo sviluppo economico come problema centrale derivò in parte dagli studi sui cicli economici, fino al 1930 relativamente trascurati, e in parte dall'interesse conseguente per i tassi di sviluppo e per l'andamento (trend) di lungo periodo. Da questa discussione emerse tra l'altro il fatto che lo sviluppo economico è fortemente instabile, non solo per la sua tendenza alle fluttuazioni, ma anche per la possibilità che si verifichino movimenti divergenti, anziché convergenti, rispetto a ogni tendenza all'equilibrio.
Il punto cruciale per la crescita e lo sviluppo è, naturalmente, l'accumulazione e l'investimento di capitale e, di conseguenza, l'attività del settore che produce beni capitali. Nell'economia atomizzata del libero mercato l'investimento è soggetto a un duplice motivo di incertezza: un'incertezza, che è nella natura delle cose, sui fattori che determinano l'andamento di lungo periodo (per es., il progresso tecnico, il modificarsi dei gusti, le variazioni demografiche, ecc.); un'incertezza, ancora, sulle intenzioni e i comportamenti delle altre imprese nella stessa o in altre branche dell'economia, comportamenti che contribuiscono essi stessi a determinare l'andamento dei prezzi e dei profitti nel periodo immediatamente successivo. Che l'espansione del settore dei beni capitali sia profittevole o no, dipenderà, ad esempio, dall'andamento futuro degli investimenti per il complesso dell'economia, dalla probabilità che essi diminuiscano o aumentino o rimangano pressoché costanti. Tuttavia proprio questa è una delle incognite nell'economia non pianificata di libera concorrenza, che Mises e la sua scuola hanno esaltato per il suo ‛automatismo'.
Il risultato di questa attenzione per i problemi dello sviluppo fu, così, di sottolineare i vantaggi potenziali della pianificazione nel limitare o magari addirittura eliminare le accentuate fiuttuazioni cui fino allora la crescita economica era stata soggetta, introducendo, di conseguenza, la stabilità nello sviluppo e aumentando inoltre il tasso di crescita, mediante la diminuzione dell'incertezza sulla natura dell'andamento di lungo periodo.

5. La pianificazione sovietica

È stato, tuttavia, in Unione Sovietica che la pianificazione economica ha raggiunto il suo massimo sviluppo ed è all'Unione Sovietica che il termine ‛pianificazione' è stato originariamente associato. È all'Unione Sovietica (e oggi anche agli altri paesi socialisti dell'Europa orientale) che si guarda di solito quando si vogliono analizzare le lezioni offerte dall'esperienza, un'esperienza durata ormai quattro decenni e svoltasi nelle situazioni più diverse. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, anche altri paesi dell'Europa orientale e sudorientale hanno adottato la pianificazione centralizzata, rigidamente modellata, almeno nei primi anni, sulla struttura di quella sovietica, in una forma persino meccanica. Unica eccezione è stata la Iugoslavia che, a parte alcuni anni iniziali, nell'immediato dopoguerra, di pianificazione centralizzata secondo il modello sovietico, realizzò negli anni 1951-1952 (dopo la rottura politica con l'Unione Sovietica) un decentramento completo e adottò un sistema simile al modello di economia socialista decentralizzata, proposto nel dibattito economico degli anni trenta del quale abbiamo parlato.
Benché la nascita della Commissione per la pianificazione risalga, nel caso dell'Unione Sovietica, alla fine della guerra civile, nel 1921 (si tratta del famoso Gosplan nato da quella che negli anni precedenti era stata la Commissione statale per l'elettrificazione), in realtà una pianificazione effettiva iniziò solo alla fine degli anni venti, con il lancio del primo piano quinquennale. Nei suoi primi anni di vita, il Gosplan si occupò soltanto di piani parziali per particolari settori ‛chiave' dell'economia, fortemente danneggiati nel corso della guerra civile, che era urgente ricostruire per il più generale risanamento della produzione: ad esempio, un piano dei trasporti, un piano dei combustibili, e così via. Nel frattempo, il controllo e il coordinamento dell'industria erano affidati a Commissariati (o dipartimenti ministeriali), coordinati dal Consiglio supremo dell'economia nazionale (Vesencha). Il settore agricolo era formato in quel periodo da circa venticinque milioni di piccole aziende contadine, affiancate da un numero al confronto esiguo di grandi fattorie statali. L'agricoltura veniva stimolata a tornare ai livelli normali dalle misure della Nuova Politica Economica (NEP), la cui chiave di volta era costituita dal riconoscimento del diritto dei contadini di commerciare liberamente i prodotti agricoli, una volta pagata allo Stato una tassa agricola. Benché il commercio privato fosse in quel periodo del tutto legale, il grosso del commercio dei prodotti agricoli tra la campagna e la città era nelle mani delle cooperative e delle organizzazioni commerciali dello Stato. Nell'ambito dell'industria la pianificazione si orientò in quel periodo verso il decentramento e la produzione per il mercato. Terminata la distribuzione centralizzata dei rifornimenti alle imprese e la raccolta diretta delle loro quote di produzione, che erano operate dagli organismi statali durante il ‛regime' bellico, le imprese (chiamate per la maggior parte di quel periodo trusts industriali, in quanto concentrazioni di diversi impianti produttivi o fabbriche) potevano e, in realtà, erano costrette a procurarsi i rifornimenti necessari (di materie prime, combustibile ed energia, pezzi di ricambio ecc.) instaurando rapporti contrattuali diretti con i fornitori. Allo stesso modo dovevano operare per vendere la propria produzione agli eventuali clienti o intermediari. Il principio del chozrasčët) cioè della contabilità economica fondata su un bilancio autonomo, fu sanzionato come il principio fondamentale dell'attività economica. Insieme a esso, fu elevato a principio fondamentale quello della responsabilità individuale del direttore di fabbrica o di impresa (non eletto, ma nominato). Fu sottolineata, inoltre, la distinzione tra il controllo e la direzione generale, di competenza degli organi superiori, e la realizzazione e l'esecuzione concreta degli obiettivi politici generali.
Il primo, e ancora sperimentale, tentativo di pianificazione industriale integrale del Gosplan furono le famose ‛cifre di controllo' per il 1925-1926, raccolte in un volume che non superava le 100 pagine. Furono il primo tentativo di tracciare un piano di produzione annuale. Dovevano essere usate dai vari Commissariati come linee direttive (orientovka) da prendere in considerazione per la redazione dei piani di settore, ma non avevano il carattere di direttive obbligatorie. Nel presentarle al governo, il Gosplan le definì, in effetti, ‟direttive di massima per il lavoro di redazione dei piani operativi effettivi". Ma in pratica, a quanto risulta, esse furono largamente ignorate dai vari organi responsabili dei programmi effettivi. Negli anni successivi fu comunque fatto uno sforzo per migliorare la qualità dei dati statistici, in base a cui erano formulate le previsioni, istituendo contemporaneamente ai livelli inferiori della gestione dell'economia organi di pianificazione subordinati. Nel frattempo le cifre di controllo annuali ampliarono il loro campo di riferimento e, quindi, anche il loro ruolo effettivo. Nell'agosto del 1927 una risoluzione del Comitato centrale del partito chiese che fossero trasformate da linee direttive generali in direttive concrete per la redazione di tutti i piani operativi. Con il varo del primo piano quinquennale, della cui stesura erano state incaricate speciali sezioni del Gosplan per la pianificazione a lungo termine, le ‛cifre di controllo' cominciarono ad assolvere un ruolo regolare nella redazione del piano operativo annuale dettagliato. Quest'ultimo, a sua volta, venne rapportato al ‛piano di prospettiva', di più lungo periodo, destinato a coprire cinque anni, e in teoria venne costruito all'interno di esso.
Il decennio che doveva seguire il varo del primo piano quinquennale nel 1928-1929 fu contraddistinto da condizioni particolari, destinate a conferire alla pianificazione, e ai problemi che essa doveva affrontare, alcune caratteristiche peculiari, che in circostanze diverse forse non si sarebbero prodotte. In particolare, con l'inoltrarsi nel decennio, si accentuò la centralizzazione sia della pianificazione che dell'amministrazione economica. Centralizzazione nel senso che i piani operativi divennero sempre più dettagliati, e così anche le direttive supplementari emanate dai ministeri (come tornarono a chiamarsi i vecchi Commissariati); mentre erano drasticamente ridotti, in misura equivalente, la libertà di scelta e l'ambito di iniziative concesse ai livelli inferiori, e in particolare alla direzione delle imprese industriali. Questa situazione era in stridente contrasto con quella degli anni precedenti il 1928. Il lancio del primo piano quinquennale era stato dominato da determinati obiettivi politici (oggetto di aspre controversie negli anni precedenti); in particolare, dall'obiettivo di portare a termine l'industrializzazione del paese in un breve lasso di tempo. La realizzazione di ciò dipendeva dalla trasformazione su larga scala dell'agricoltura sulla base di una struttura collettivizzata (cioè la sostituzione della conduzione contadina tradizionale, individuale e su piccola scala, con quella collettiva e cooperativa). Guardando retrospettivamente, si potrebbe definirlo un ‛grande balzo'. Esso fu in larga misura concepito, e senza dubbio realizzato, nella forma di ‛campagne' e ‛mobilitazioni', concentrando tutte le forze disponibili su questo o quel ‛fronte economico' a seconda di quelle che, nella situazione del momento, si presentavano come le principali strozzature dell'economia. Il primo piano quinquennale era stato preparato originariamente in due versioni, una minima e una massima; quest'ultima era fondata sulle previsioni più ottimistiche di fattori quali l'andamento della bilancia del commercio con l'estero, il raccolto e la consegna dei prodotti agricoli, ecc. Come piano definitivo il governo adottò alla fine la versione massima e, nel corso della sua realizzazione, gli obiettivi dei piani annuali, specialmente quelli relativi all'industria pesante, furono aumentati in modo drastico in base allo slogan ‟realizziamo il piano quinquennale in quattro anni".
Si raggiunse così un tasso di sviluppo eccezionalmente alto, che dette luogo a vasti mutamenti strutturali nell'economia, accompagnati da trasferimenti su larga scala di lavoro (e di conseguenza di popolazione) dall'agricoltura all'industria. Nel corso del decennio, il crescente pericolo di guerra, derivante dall'ascesa del fascismo hitleriano, e ancora, in Estremo Oriente, dall'incursione giapponese sul continente con ‛'invasione della Manciuria, provocò uno spostamento di risorse, destinate al riarmo e alla costruzione dell'industria bellica. Il secondo piano quinquennale, ad esempio, prevedeva, nella versione iniziale, un certo rallentamento del ritmo di espansione e dedicava maggiore attenzione alla produzione di beni di consumo; ma nel corso del quinquennio esso fu rielaborato in vista di maggiori incrementi, a causa della crescente tensione della situazione internazionale. Se pensiamo al pessimo andamento delle ragioni di scambio del commercio estero nel 1930, dovuto alla crisi economica mondiale e al crollo dei prezzi dei prodotti agricoli sui mercati mondiali, e al susseguirsi di cattivi raccolti che si verificò nei primi anni del decennio, associato alla drastica diminuzione del bestiame determinata dalle campagne di collettivizzazione, non ci si deve stupire che si siano verificate acute carenze di certi prodotti, come quelli alimentari per l'accresciuta popolazione urbana o i materiali per le costruzioni edilizie e gli impianti industriali, ecc. Negli anni 1931-1934 si rese necessario introdurre il razionamento dei prodotti alimentari che scarseggiavano; allo stesso modo divenne prassi corrente, in occasione di ogni acuta carenza di prodotti industriali, il razionamento ditali prodotti tra i diversi settori industriali e tra le imprese di ciascun settore, razionamento operato mediante un sistema di distribuzione centralizzato, come era avvenuto negli anni precedenti la NEP. Quando si verificavano ritardi nella realizzazione dei piani, ad esempio quando in un ‛assortimento' di prodotti, alcuni di essi venivano trascurati a vantaggio di altri, oppure quando gli obiettivi di produzione erano raggiunti trascurando la riduzione dei costi o persino accrescendoli con un incremento spropositato dell'occupazione, la tendenza era quella di fronteggiare simili fenomeni aggiungendo ai piani, negli anni successivi, norme esplicite circa l'‛assortimento' della produzione, la riduzione dei costi e l'impiego di lavoro. Come ulteriore strumento di controllo, in particolare sulle spese per salari e sul livello degli stocks detenuti dalle imprese industriali, si elaborò un piano del credito sempre più dettagliato, con la specificazione dell'ammontare di credito che le banche potevano concedere all'industria per i diversi obiettivi definiti. L'ammontare del credito era strettamente correlato al piano di produzione dell'impresa in questione e includeva l'assegnazione di crediti supplementari o ‛fuori piano' di entità strettamente limitata, per far fronte a situazioni di emergenza o a necessità straordinarie.
Il metodo principale di pianificazione sviluppato in questo periodo fu il cosiddetto ‛metodo dei bilanci materiali'. Un ‛bilancio' era formato ponendo in equazione la quantità disponibile e il fabbisogno di un determinato prodotto; esso costituiva lo strumento indispensabile non solo per stabilire il fabbisogno di stanziamenti concessi dal sistema centralizzato di allocazione, ma anche per coordinare le componenti del piano di produzione complessivo. Per costruire questi bilanci erano essenziali i cosiddetti ‛coefficienti tecnici', espressione delle relazioni input-output dei diversi prodotti. Questi coefficienti, tuttavia, sarebbero stati diversi, nei diversi impianti impegnati nella produzione dello stesso prodotto, a seconda dell'attrezzatura tecnica e dell'efficienza complessiva di ciascuno di essi. Inoltre, molto spesso la politica ufficiale fu quella di aumentare o diminuire i coefficienti al di là di quanto le stesse industrie ritenevano ‛obiettivamente possibile' o al di là dei rapporti che l'esperienza passata aveva mostrato essere prevalenti. Le informazioni che affluivano al centro dai livelli inferiori, relative al fabbisogno di rifornimenti necessari alla realizzazione di un certo programma di produzione, non sempre erano prive di tendenziosità (visto che la possibilità di disporre di qualche riserva facilitava la vita ai dirigenti industriali e ai loro dipendenti e li metteva in grado di raggiungere più facilmente gli obiettivi previsti dal piano e di fronteggiare situazioni impreviste). Ma se i pianificatori sospettavano questa tendenziosità, tendevano a controbilanciarla diminuendo in misura corrispondente i coefficienti. Il coefficiente appropriato di ogni particolare settore industriale era il risultato di una media ponderata dipendente dalla composizione del suo piano di produzione; di conseguenza, si modificava se quest'ultimo era modificato negli ultimi stadi della rielaborazione del piano o nel corso della sua realizzazione. I coefficienti, inoltre, contenevano inevitabilmente un elemento politico o ‛soggettivo'.
Un problema ulteriore era quello di coordinare i singoli bilanci per tener conto delle interdipendenze reciproche, ossia dei cosiddetti ‛rapporti di feedback', un problema familiare agli studiosi dell'analisi delle interdipendenze strutturali (input-output analysis) nella forma dell'‛inversione di una matrice'. I pianificatori sovietici, in questo periodo, non si preoccuparono quasi affatto di elaborare una ‛metodologia dei bilanci più raffinata, quale quella che doveva essere sviluppata in Occidente nella forma della input-output analysis di W. Leontjef. Può darsi che se anche l'avessero posseduta, in pratica non vi sarebbe stata una grande differenza (almeno senza la possibilità di usare largamente i calcolatori elettronici): infatti i vincoli temporali del processo di pianificazione limitano in modo serio il numero di stadi o di ‛effetti di interdipendenza' che può essere calcolato quando un dato indice di produzione è modificato. La prassi usuale è stata, in realtà, quella di non sviluppare il calcolo oltre le cosiddette ‛interdipendenze di secondo ordine' o di ‛terzo ordine'.
Per tutti questi motivi si riuscì a garantire, anche per i piani operativi meglio elaborati, solo una coerenza interna, o una ‛compatibilità', approssimativa. Il sistema di distribuzione dei rifornimenti era quasi di necessità destinato a provocare carenze di prodotti in alcuni settori e in alcune imprese industriali, anche se i coefficienti decisivi input-output fossero stati fissati in modo realistico. Si può affermare, tuttavia, che questi squilibri non tendevano a tradursi in fiuttuazioni cumulative, com'è caratteristico di un sistema di mercato (vedi le fiuttuazioni del tipo cob web descritte dagli economisti). Si può affermare altresì che il coordinamento così realizzato, benché imperfetto, era verosimilmente maggiore di quello possibile quando le decisioni sulla produzione e gli investimenti erano prese dai diversi responsabili in modo atomistico e in condizioni di incertezza circa l'andamento e la configurazione futuri della situazione complessiva.
Posto che l'obiettivo principe della politica economica di quel periodo era uno sviluppo rapido, caratterizzato da vasti mutamenti strutturali, è comprensibile che la pianificazione avesse il carattere di ‛pianificazione per priorità', ossia fosse condizionata e operasse in base a una scala di obiettivi prioritari.
Tale scala poteva mutare a seconda delle modificazioni della natura delle strozzature che di volta in volta intralciavano la crescita. Ma in tutto il periodo anteguerra la priorità dominante fu sempre la cosiddetta ‛industria pesante', ossia l'espansione del settore industriale produttore di beni capitali: i combustibili fondamentali, l'energia, i metalli e la costruzione di macchinari. A ciò si aggiunse, come abbiamo visto, la priorità dell' ‛industria della difesa' e delle branche a essa complementari, un obiettivo che crebbe costantemente di importanza nel passaggio dal primo al secondo e poi al terzo piano quinquennale; quest'ultimo (non portato a termine) era dominato da tre obiettivi prioritari: industria bellica, metalli non ferrosi e potenziamento dei trasporti.
In realtà, verso la fine del decennio l'economia del paese si era praticamente trasformata in un'economia di guerra, strutturata secondo i metodi e il grado di centralizzazione caratteristici di questa. Per un verso, questa scala di priorità nella politica di pianificazione semplificò di molto i problemi di un sistema di pianificazione e di amministrazione economica altamente centralizzato; per un altro verso comportò un inevitabile costo sociale. Gli obiettivi e gli indici dei settori prioritari potevano essere raggiunti più facilmente perché, in caso di difficoltà, si potevano trasferire risorse in questi settori sottraendole ai settori non prioritari. Questi ultimi svolgevano così il ruolo di ammortizzatori o fondi di riserva per fronteggiare le carenze dei primi nella realizzazione del piano. Questi settori non prioritari, che in quel periodo erano di solito quelli produttori di beni di consumo, sopportarono così il peso della situazione, poiché non riuscivano a raggiungere gli obiettivi previsti dal piano; ma le priorità fondamentali furono salvaguardate e poterono essere realizzate (almeno per grandi tratti). Ma la situazione cambiò nella misura in cui lo sviluppo puramente quantitativo e l'industria pesante persero la loro schiacciante priorità e quest'ultima slittò verso le branche produttrici di beni di consumo (il che cominciò a verificarsi negli anni cinquanta). Si trattava o di considerare gli obiettivi prioritari come più numerosi, o di sostituire la prassi di redigere una semplice lista di priorità con l'esigenza di ‛bilanciare' una molteplicità di bisogni alternativi. In ambedue i casi cambiava la situazione, e così pure i problemi che essa poneva; la comoda riserva costituita precedentemente dai settori che non erano considerati prioritari cessava pertanto di esistere.
Fu questo un aspetto del mutamento della situazione dal decennio anteguerra agli anni cinquanta, dopo la fine della ricostruzione postbellica. Vi furono altri mutamenti ancora. Uno di questi riguardò la situazione del mercato del lavoro, e investì l'intera offerta di lavoro. I primi dieci o dodici anni di pianificazione erano stati un periodo di sviluppo ‛estensivo', nel senso che l'ampliamento della capacità e dell'articolazione dell'industria esistente e la creazione di nuovi settori - motori, metalli non ferrosi, aeronautica - erano stati realizzati attingendo alle riserve di lavoro del paese. Così il mancato raggiungimento degli indici di incremento della produttività del lavoro, fissati dal primo piano quinquennale, poté essere compensato dall'espansione dell'occupazione oltre gli indici del piano, sebbene tale espansione comportasse effetti inflazionistici, poiché aumentò il fondo salari complessivo e quindi la domanda. È certamente vero che anche in questo periodo vi fu carenza di manodopera qualificata; a ciò si fece fronte con piani di addestramento su larga scala. Ma in generale non vi fu carenza di manodopera non qualificata, poiché, come nella maggior parte delle zone sottosviluppate del mondo, l'agricoltura in Russia era stata caratterizzata dal sovrappopolamento rurale (con l'eccezione delle zone di popolamento più recente, come la Siberia e l'estrema zona orientale). Verso il 1950, a seguito delle enormi perdite del periodo bellico, la situazione dell'offerta di manodopera era in via di mutamento. Lo sviluppo ‛estensivo' cominciava a incontrare dei limiti in una, non più particolare, ma generale carenza di manodopera. Si cominciò a sottolineare con maggiore vigore la necessità di una più elevata produttività del lavoro, da ottenere introducendo le più moderne innovazioni tecniche. Ancora una volta, i risultati non furono pari alle intenzioni; molti dei problemi connessi alla diminuzione del tasso di sviluppo nella prima metà degli anni sessanta vanno senza dubbio attribuiti a un ‛ritardo' nella realizzazione di quello sviluppo ‛intensivo' che la nuova e mutata situazione richiedeva.
Oltre al mutamento della natura degli obiettivi politici, che la pianificazione doveva soddisfare, e al mutamento nella situazione del lavoro, fu il grande sviluppo dell'industria nel periodo anteguerra a complicare non poco i compiti della pianificazione centralizzata e, di conseguenza, ad accentuare in misura considerevole le difficoltà del metodo dei bilanci, già menzionate, come anche gli effetti negativi degli errori e delle incoerenze che ne derivavano nella redazione dei piani (soprattutto in rapporto al sistema di allocazione centralizzata delle scorte). Mentre all'inizio degli anni trenta il numero di bilanci particolari stesi dal Gosplan era di alcune centinaia o poco più, negli anni cinquanta il loro numero era salito a circa 2.000 (questa cifra comprende i bilanci redatti dal Gosplan dell'Unione e dai Gosplan delle singole repubbliche). Il sistema di allocazione centralizzata interessava qualcosa come 10.000 prodotti e forse più; oltre 5.000 prodotti, e tutti gli indici e gli obiettivi ad essi pertinenti, erano inclusi nel piano annuale, e il piano di una singola impresa poteva comprendere fino a 500 indici diversi. Negli anni sessanta il numero delle singole imprese industriali che erano soggette alla pianificazione raggiunse la cifra di 40.000.

( continua )


Ultima modifica di antonio77 il 21/09/2014, 21:50, modificato 3 volte in totale.

Top
 Profilo  
Rispondi citando  
MessaggioInviato: 31/08/2014, 22:07 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
PIANIFICAZIONE

di Maurice DOBB

( Parte 2 )

6. Analisi critica delle tendenze al decentramento

È su questo sfondo che alla fine degli anni cinquanta e negli anni sessanta si avviò il dibattito sulla necessità di introdurre misure di decentramento. Nella mutata situazione degli anni cinquanta, i metodi di gestione economica fortemente centralizzata, per quanto opportuni potessero essere stati nella situazione e con gli obiettivi politici e i compiti specifici del decennio prebellico, e anche per l'economia di guerra' degli anni quaranta, divenivano in modo evidente sempre più inadeguati. Essi producevano addirittura risultati negativi, sui quali si cominciavano a concentrare i commenti critici. Il dibattito non fu limitato all'Unione Sovietica, ma si estese agli altri paesi del ‛blocco' socialista dell'Europa orientale; esso raggiunse la massima intensità in Cecoslovacchia e in Ungheria, dove le misure di decentramento richieste furono assai più radicali, mentre si svolse relativamente in sordina nella Repubblica Democratica Tedesca e in Romania e mantenne un livello intermedio in Polonia e in Bulgaria. In questa atmosfera furono preparate e applicate le riforme economiche della metà degli anni sessanta (definite in qualche caso - per es. in Ungheria - come ‛nuovo modello economico'). Era generalmente riconosciuta l'esigenza di semplificare i compiti della pianificazione centrale, sia diminuendo il numero di obiettivi e di indici fissati dagli organismi superiori e inclusi nel piano centrale, sia accrescendo, contemporaneamente, l'autonomia e la capacità decisionale della singola impresa, al fine di stimolare una maggiore iniziativa da parte dei dirigenti delle imprese o degli stabilimenti (per es., per quanto riguardava le innovazioni nei metodi di produzione e nella natura dei prodotti, nuovi prodotti e nuovi modelli, ecc.). Su due questioni, tuttavia, esistevano differenze di tono e diverse erano le misure di decentramento proposte: 1) se i principali beneficiari dell'accresciuta libertà e autonomia dovessero essere le imprese esistenti o piuttosto le nuove concentrazioni industriali di livello intermedio (operanti sulla base del chozrasčët); 2) in che misura si dovesse permettere una maggiore flessibilità nei prezzi e nell'approvvigionamento delle scorte industriali sulla base di rapporti contrattuali diretti, in altre parole in che misura si dovessero reintrodurre negli scambi interindustriali meccanismi di mercato che richiamavano alla mente il periodo della NEP sovietica degli anni venti.
In Ungheria, per esempio, il sistema di allocazione delle scorte fu abolito e i prezzi di un numero considerevole di merci furono lasciati liberi di fluttuare tra un massimo e un minimo, sulla base di accordi contrattuali diretti; inoltre, un ristretto numero di prezzi (essenzialmente quelli dei beni di lusso) furono lasciati liberi di fluttuare senza limiti di sorta in rapporto alla situazione del mercato. Si lasciò alle imprese persino la possibilità di effettuare alcune spese per investimenti, ricorrendo a prestiti bancari, purché esse non superassero un determinato ammontare. Nei termini del dibattito economico degli anni tra le due guerre, queste misure possono apparire una svolta verso quel tipo di sistema decentralizzato o ‛socialismo di mercato', come è stato talvolta chiamato, allora tracciato da Lange e Dickinson. Ciò, tuttavia, è vero solo in parte. Nelle proposte di Lange e di Dickinson alla pianificazione era lasciato uno spazio assai esiguo. Quasi tutte le decisioni economiche erano prese sulla base delle condizioni del mercato ed erano indirizzate da queste. Nel caso di Lange l'unica eccezione era il tasso generale di investimento o l'ammontare totale di fondi per l'investimento da mettere a disposizione degli organi economici, mentre l'allocazione di queste risorse era decisa in base al rapporto tra la domanda e le scorte disponibili. Ma nel meccanismo decentralizzato, introdotto con le riforme economiche degli anni sessanta, l'ambito di intervento lasciato alla pianificazione centralizzata era molto superiore a questo. In generale, la massa degli investimenti rimaneva, anche in Ungheria, sotto il controllo delle autorità centrali; i piani di produzione annuali, benché liberamente redatti dalle imprese, dovevano essere tali da corrispondere abbastanza da vicino, nel loro complesso, al piano a più lungo termine redatto dagli organi di pianificazione centrali: mentre i prezzi di tutti i prodotti ‛chiave', e di tutte le merci delle quali vi era scarsità, restavano ancora di competenza delle autorità centrali. Non avvenne nulla di simile allo smantellamento del sistema di pianificazione quale si verificò in Iugoslavia negli anni cinquanta. Particolare il caso della riforma sovietica del 1965. Mentre fu sostanzialmente ridotto il numero degli indici compresi nel piano annuale, a livello di impresa quest'ultimo continuò a prevedere alcuni indici fondamentali: in particolare, il totale della produzione ‛venduta' espresso in termini di valore (in sostituzione del valore della produzione lorda prodotta, precedentemente assegnato) e un ‛massimo' per il fondo salari complessivo. Il profitto del bilancio di esercizio fu riconosciuto quale principale criterio della riuscita di un'azienda e a esso fu associato un nuovo tipo di fondo di incentivazione per la distribuzione di premi; ma il sistema di allocazione delle scorte fu mantenuto in piedi.
La prima critica rivolta al sistema ipercentralizzato esistente riguardava il modo in cui gli obiettivi del piano dovevano di necessità essere espressi nelle direttive di pianificazione; la critica si concentrava soprattutto sugli obiettivi, espressi in termini di qualche misura fisica. Ovviamente, se la produzione a livello di impresa è determinata dettagliatamente dal piano, la sua entità deve essere espressa in una qualche misura, e l'esperienza ha mostrato che la particolare misura adottata può indurre distorsioni nel modo in cui gli obiettivi di produzione sono realizzati.
In alcuni casi, la misura più appropriata della produzione è una misura di peso, in altri una misura di lunghezza o di superficie o semplicemente un numero di unità. Sono ormai numerosi e ben noti gli esempi di situazioni, in cui la misurazione in termini di peso ha prodotto la tendenza a fabbricare oggetti pesanti, anziché leggeri (vedi i telai dei letti, i candelieri o i chiodi), la misurazione in termini di lunghezza (come nel caso dei tessuti), la tendenza a fabbricare stoffe strette e di tessitura la più semplice possibile, e così via. Quando la produzione, anziché uniforme e standardizzata, è eterogenea, come nel caso di numerosi prodotti dell'industria meccanica, la misura più facile è espressa in termini di valore lordo, che ha il vantaggio della semplicità, perché le singole unità prodotte possono essere sommate in base ai prezzi correnti di vendita. Ma l'esperienza ha mostrato, di nuovo, che nel caso del valore lordo la tendenza alla distorsione si manifesta come incremento della quantità dei fattori di produzione acquistati all'esterno dalle imprese, che vengono incorporati nel prodotto: l'uso, ad esempio, di materie prime e pezzi ad alto anziché a basso costo, la produzione, cioè, di articoli cosiddetti ‛material-intensivi'.
Un altro esempio è il seguente: è più facile raggiungere l'obiettivo del piano montando un gran numero di pezzi in un veicolo finito, piuttosto che produrre singoli pezzi di ricambio, anche se vi è una grande richiesta di essi. Inoltre può essere scoraggiata la concentrazione verticale in una stessa impresa di processi di produzione consecutivi, anche se tale concentrazione dovesse avere come risultato una maggiore efficienza e un coordinamento più equilibrato dei flussi di produzione. Questa tendenza, tuttavia, è forse controbilanciata dalla tendenza alla concentrazione verticale, che nasce dalla difficoltà di ottenere i rifornimenti e dai ritardi nella loro consegna. Per tutte queste ragioni, tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni sessanta, in molti settori dell'industria, a cominciare dall'industria tessile, il valore lordo fu sostituito con il valore netto.
Quale che sia la forma particolare della misura adottata, è inevitabile che obiettivi di questo tipo tendano a privilegiare la realizzazione puramente quantitativa, a scapito della qualità, delle esigenze di un assortimento ben equilibrato e soprattutto a scapito dello sforzo di realizzare nuovi prodotti e nuovi e migliori modelli. Similmente, la realizzazione puramente quantitativa tende a essere privilegiata anche a costo di inefficienze: ad esempio con la prassi diffusa dell'eccessiva accelerazione del ritmo produttivo e degli straordinari verso il periodo finale di un piano. Fu proprio per contrastare simili effetti che vennero aggiunti alle direttive di piano gli indici detti ‛qualitativi', che fissavano il tasso di riduzione dei costi da realizzare o l'incremento della produttività del lavoro. In questo modo furono però aumentati spropositatamente il numero e la varietà degli ‛indici' inclusi nei piani, cosicché i dirigenti di impresa finirono con l'attribuire diverso peso ai vari indici, e poiché alcuni di questi erano tra loro contraddittori, parte di essi tendeva a essere ignorata completamente.
Gli svantaggi e le distorsioni derivanti dai vari tipi di ‛indicatori di successo' adottati in precedenza erano generalmente considerati un corollario pratico inevitabile dell'eccessivo dettaglio degli indici inclusi nel piano centrale; pertanto si ricercò attentamente un qualche ‛indicatore sintetico' dei risultati dell'impresa, tale da ridurre al minimo, in ogni caso, le deviazioni unilaterali prodotte dagli indici esistenti. (In quel periodo fu in voga lo slogan: ‟meno fiducia negli ordini amministrativi e più fiducia nei metodi economici", quali l'incentivazione tramite i prezzi, le facilitazioni creditizie, la tassazione e simili). A tal fine, in concomitanza con la diminuita fiducia nel metodo delle direttive dettagliate, le riforme economiche della metà degli anni sessanta puntarono, abbastanza naturalmente, ad accentuare il ruolo dei risultati complessivi di bilancio come strumento di valutazione, come avveniva nei primi anni di applicazione del chozrasčët.
Ma, com'è ovvio, anche i ‛criteri di bilancio' possono avere come effetto distorsioni nella produzione, se i prezzi non sono ‛giusti' in qualche senso appropriato: è questa una delle ragioni per cui le misure di decentramento sono state accompagnate da misure di riforma dei prezzi (misure che, nel caso dell'Ungheria, hanno preceduto l'introduzione del ‛nuovo meccanismo economico).
Un altro tipo di critica rivolta al vecchio sistema centralizzato fu che esso tendeva a dar vita a forme di conflitto nocive tra i livelli superiori e i livelli inferiori dell'apparato di gestione, poiché limitava l'ambito di competenza di questi ultimi su materie che essi conoscevano spesso assai meglio dei primi.
Si poteva naturalmente considerare questo fenomeno in qualche modo come un conflitto tra punti di vista o interessi settoriali e interesse generale. Ma non sempre era così. Si trattava quasi altrettanto spesso di un conflitto tra le decisioni di dettaglio prese da persone staccate dalla situazione reale (sulla base di informazioni imprecise e molto approssimative) e la conoscenza approfondita di quella situazione da parte di persone a essa legate e fornite non solo di informazioni tecniche, ma anche della ‛percezione' di ciò che era opportuno fare. Facciamo due esempi tra i più significativi. In primo luogo, sottoposti alla costante pressione della necessità di realizzare obiettivi di piano probabilmente eccessivi (pressione accompagnata da incentivi finanziari), ossessionati dal timore costante di carenze nei rifornimenti e di ritardi nelle consegne, ambedue fattori di pesante disorganizzazione della produzione, i dirigenti industriali tendevano, nel fornire le informazioni ai livelli superiori della gestione, a sottovalutare e nascondere le loro possibilità e a esagerare le loro necessità (in termini di rifornimenti, macchinari, manodopera). Abbiamo già ricordato che gli organi di pianificazione o i ministeri, se sospettavano una simile tendenza, reagivano aumentando ancora gli obiettivi di produzione e riducendo le allocazioni, intensificando così doppiamente la tensione tra i ‛livelli'. (In quel periodo si diceva comunemente che un direttore assennato avrebbe potuto superare i propri obiettivi di piano, poniamo, del 50%, ma mai del 25%, poiché, se lo avesse fatto, il risultato sarebbe stato inevitabilmente il drastico aumento dell'obiettivo per l'anno successivo).
In secondo luogo, venivano fortemente incoraggiate non solo le richieste eccessive di rifornimenti, per garantirsi dei margini di manovra (e cioè per ristabilire una certa flessibilità a livello dell'impresa) e per premunirsi di fronte a eventualità impreviste, ma anche l'accumulazione - se possibile - di riserve in eccesso, sia di macchinario che di materie prime e di lavoro. Questa era l'unica via che restava ai dirigenti di impresa per recuperare una propria iniziativa autonoma. Ma l'incetta tende ad aggravare le carenze di rifornimento, e probabilmente con effetti concatenati.
Tutto ciò può aver accentuato e tenuto in vita nel periodo postbellico la situazione cronica di un mercato dominato dai venditori, situazione sfruttata a sua volta dai conservatori favorevoli al mantenimento del meccanismo centralizzato per motivare la prosecuzione del razionamento tramite il sistema dell'allocazione delle scorte.
Oltre a ciò, i marxisti, in particolare, possono ritenere che, con un sistema di potere eccessivamente verticistico e con i subordinati assuefatti all'accettazione passiva di ordini e direttive, l'alienazione dei produttori dal processo sociale viene forse perpetuata, anziché superata.
Finora il movimento in direzione di riforme economiche di decentramento è stato prudente e abbastanza limitato (tranne che in Ungheria e in Iugoslavia), e più limitato ancora nella realizzazione che nella progettazione, non fosse che a causa delle esitazioni e della resistenza degli interessi burocratici legati al vecchio sistema. Tuttavia, in futuro, le cose sembrano destinate a muoversi in questa direzione. L'esperienza ormai dimostra le difficoltà e gli effetti negativi di una centralizzazione eccessiva del potere decisionale. Resta da verificare sperimentalmente in quali dosi la combinazione di pianificazione e mercato possa produrre, in circostanze normali, il massimo risultato: ossia, quali tipi di decisioni debbano rimanere centralizzate ed essere incluse in un piano obbligatorio, e quali sia più opportuno, invece, lasciar prendere ai livelli inferiori di gestione, sulla base di indici di mercato (prezzi reali o contabili), come proposto da Dickinson e Lange nel dibattito economico anteguerra. Nel secondo caso, la pianificazione si limiterebbe a influenzare (per es. con la tassazione, le agevolazioni creditizie, le variazioni dei prezzi) e a orientare su scala generale. Sembra abbastanza chiaro che le decisioni sui nuovi investimenti più rilevanti debbano essere incluse nel primo gruppo (decisioni centralizzate), in quanto decisive per la direzione dello sviluppo a lungo termine dell'economia, per i mutamenti strutturali, per il livello di occupazione e per la crescita; in favore di questa scelta sembrano sussistere fondamenti teorici piuttosto solidi.

7. Il problema dei prezzi

Una volta, tuttavia, che siano stati reintrodotti nel quadro gli influssi del mercato sulle decisioni economiche da prendere, diviene ovviamente rilevante - come abbiamo visto - il problema di quali siano i prezzi ‛corretti' o ‛economici'. Dobbiamo così tornare al dibattito dei teorici dell'economia, in particolare alle discussioni più recenti sulla politica dei prezzi e la cosiddetta ‛ottimizzazione'. Persino nella pianificazione centralizzata alcuni calcoli implicano l'uso dei prezzi, anche se non necessariamente prezzi reali nel senso dei rapporti di scambio fra i prodotti: può trattarsi semplicemente di prezzi contabili nel senso dei ‛rapporti di equivalenza' di Lange (per es. rapporti come il ‛periodo di ricostituzione' o ‛l'efficacia dell'investimento').
In rapporto con le soluzioni di programmazione lineare, è oggi abbastanza familiare il concetto di ‛prezzo-ombra', come ‛duale' di una soluzione data. Il dibattito su questi problemi ha attirato l'attenzione della scienza economica in Unione Sovietica e altrove sin dalla metà degli anni cinquanta. In quel periodo iniziò una discussione piuttosto astratta e dottrinaria sul cosiddetto ‛funzionamento della legge del valore'. Molto presto essa si trasformò in una disputa tra sostenitori del ‛principio del valore' e sostenitori dei ‛prezzi di produzione', con un riferimento concreto alla riforma della politica dei prezzi. Nel corso del dibattito assunse un ruolo via via più importante la difesa da parte degli economisti matematici del cosiddetto ocenka di L. V. Kantorovič. La riforma dei prezzi del 1968 rappresentò per molti versi un compromesso tra i due punti di vista contrapposti, un compromesso peraltro transitorio; essa, tuttavia, portava chiaramente l'impronta del dibattito precedente e, almeno in linea di principio, pagava il suo tributo a concetti quali l'uguaglianza dei tassi di profitto e l'imposizione del pagamento di una rendita per l'utilizzazione delle risorse naturali o di situazioni particolarmente vantaggiose.
In Occidente il dibattito economico su questi problemi (in larga misura prosecuzione del dibattito sul calcolo socialista degli anni trenta) si concentrò essenzialmente su due ordini di questioni: l'analisi dei casi di divergenza del costo marginale dal costo medio (quando, cioè, vi sono sostanziali indivisibilità) e l'analisi delle ‛punte massime' e delle ‛punte minime', di quei casi cioè in cui - come nell'elettricità e nei trasporti - l'utilizzazione degli impianti al di sopra e al di sotto della capacità produttiva si alterna nei diversi periodi della giornata o della settimana o nelle diverse stagioni. Inizialmente, i sostenitori della determinazione dei prezzi sulla base del costo marginale utilizzarono tale determinazione come strumento critico per attaccare la teoria corrente, nel senso che le industrie nazionalizzate avrebbero dovuto risultare ‛redditizie', in grado, cioè, di coprire il costo medio totale incluso un margine prefissato di profitto. Di qui l'insistenza sui casi in cui i costi medi sono decrescenti con l'espandersi della produzione o del servizio offerto e, di conseguenza, il costo marginale è inferiore al costo medio.
Si tratta essenzialmente di casi nei quali esiste capacità in eccesso entro un'unità produttiva indivisibile: l'argomentazione di senso comune consisteva nell'asserire che vi era un vantaggio sociale a utilizzare la capacità produttiva in eccesso fino a quando fosse coperto il costo primo o diretto connesso a tale utilizzazione addizionale, mentre sarebbe stato uno spreco di risorse sociali bloccare l'utilizzazione addizionale della capacità disponibile tentando di imporre un prezzo pari al costo totale (medio), come avrebbe fatto naturalmente un'impresa privata capitalistica. Un altro aspetto della stessa argomentazione consisteva nell'assunto che nel caso in discussione il criterio di investimento più opportuno fosse quello del ‛beneficio sociale complessivo' e non quello di coprire il costo totale a un prezzo uniforme, qual è illustrato dal caso classico del ponte di Dupuit.
I casi di costi marginali inferiori ai costi medi esistono e sono senza dubbio importanti - qualcuno potrebbe sostenere che tra i casi di divergenza essi sono predominanti - tuttavia non sono i soli. Vi sono casi di costi crescenti in cui il costo marginale è superiore e non inferiore a quello medio; in pratica, poi, questi ultimi tendono a implicare maggiori difficoltà. Quando non si tratti semplicemente di costi sociali esterni all'unità di decisione in esame, come nel caso della congestione del traffico, si tratta di casi esemplari di utilizzazione alterna degli impianti fissi al di sopra o al di sotto delle capacità, come si verifica nella produzione di energia elettrica, nella rete telefonica, o nel sistema dei trasporti ferroviari. In queste situazioni l'imposizione di pagamenti differenti nei periodi di utilizzazione massima e minima, connessi alla differenza del costo marginale dell'offerta del servizio a seconda dell'utilizzazione delle capacità in quel periodo, si fondava essenzialmente sull'esigenza di evitare sprechi negli investimenti espandendo le capacità per far fronte alla domanda massima, che avrebbe comportato un eccesso di capacità inutilizzate in altri periodi.
Quando affrontiamo la questione di una teoria generale della determinazione dei prezzi in un'economia socialista, ci troviamo di fronte un apparente conflitto di obiettivi. Esso può essere indicato come ‛conflitto tra breve periodo e lungo periodo, oppure, in altri termini, tra i cosiddetti ‛prezzi di mercato' e i cosiddetti ‛prezzi normali'. In un qualsiasi momento considerato esisterà un sistema dato di scarsità, che contiene elementi che potremmo definire ‛accidentali', dovuti a variazioni impreviste della domanda o a variazioni delle scorte o a ritardi del meccanismo con cui l'offerta si adegua alla domanda. In quel dato momento l'equilibrio completo implicherebbe l'imposizione di un certo sistema di prezzi di breve periodo, adeguato a quel sistema dato di scarsità, prezzi che per la loro stessa natura non potrebbero che essere temporanei e potrebbero rivelarsi inadatti in penodi successivi, una volta trascorso il tempo per adeguare l'offerta alla domanda.
Questa comunque sarebbe la situazione qualora le scorte non fossero tali da reggere l'urto degli squilibri di breve periodo, cosa che potrebbe verificarsi più di quanto talvolta non si ammettà, almeno in periodi molto brevi e per variazioni della domanda non troppo accentuate. Il movimento dei prezzi nel primo caso, il movimento delle scorte nel secondo, possono servire ai produttori come ‛indicatori' del necessario adeguamento dell'offerta. Come abbiamo visto, tuttavia, un'eccessiva fiducia in questi riaggiustamenti di breve periodo, o un eccessivo spazio lasciato a essi, possono offrire un campo d'azione a fluttuazioni cumulative, del tipo del teorema cobweb, che hanno indesiderabili effetti di disorganizzazione.
Ma quando si prendono in considerazione le decisioni che possiamo chiamare ‛di lungo periodo', come gli investimenti in impianti durevoli (per es. un nuovo stabilimento, una ferrovia, un bacino portuale o una centrale elettrica), diviene rilevante un altro tipo di prezzi. Potremmo chiamarli ‛prezzi normali di lungo periodo', nel senso che rappresentano una situazione di equilibrio relativa a un numero di anni abbastanza elevato, affinché si realizzi compiutamente l'adeguamento dell'offerta al livello probabile della domanda negli anni a venire. Si tratta di un certo tipo di prezzo di costo che, in base a un teorema ora ben noto agli economisti, se vi è sviluppo include un tasso di profitto approssimativamente uguale al tasso di sviluppo.
Se tutti i prezzi fossero ‛prezzi contabili' del tipo definito da Lange, o anche ‛prezzi di calcolo', prezzi ombra, usati dall'organo centrale di pianificazione per effettuare le valutazioni che costituiscono la base delle decisioni, il conflitto sarebbe allora più apparente che reale. In ogni calcolo potrebbe essere usata la categoria di prezzi (di breve o di lungo periodo) più appropriata alla particolare decisione cui il calcolo si riferisce, e ciò non impedirebbe di usare un tipo di categoria diverso e antitetico per decisioni di genere differente. Ma se i prezzi sono prezzi reali, esprimono cioè rapporti di scambio reali, in base ai quali enti finanziariamente autonomi (secondo il principio del chozrasčët) alienano beni e redigono contratti, il conflitto è un conflitto reale, poiché in realtà i prezzi in questione debbono essere o di un tipo o dell'altro e sembra difficile che possano esistere simultaneamente due diversi insiemi di prezzi, benché sia probabilmente possibile che vengano usati prezzi ‛immediati' e prezzi ‛futuri' per scambi operati a date diverse. La categoria dei prezzi di breve periodo è evidentemente appropriata per il mercato al dettaglio, se si intendono evitare il razionamento, la penuria di prodotti e le code nei negozi, nel caso in cui esistano quantitativi limitati di certe merci. Tale categoria è forse appropriata anche per i prezzi all'ingrosso dei beni di consumo, benché questi possano essere stabiliti in base ad altre regole e la differenza tra essi e i prezzi al dettaglio possa essere colmata con una qualche forma di tassa sulle vendite, secondo una prassi usuale nell'Unione Sovietica.
Come conviene operare per i prezzi dei cosiddetti ‛mezzi di produzione', cioè per quei beni che entrano nel processo di produzione e, in particolare, per i materiali da costruzione e le macchine utensili? Poiché si tratta di elementi che sono oggetto di decisioni di investimento, e di decisioni che implicano la scelta tra tecniche diverse o tra diverse combinazioni dei fattori di produzione, per essi sembra più appropriato usare l'altra categoria di prezzi. Alcuni di questi beni possono certo presentare problemi di temporanea scarsità e rendere necessario che di ciò si prenda atto imponendo temporaneamente un sovrapprezzo al prezzo ‛normale', sia come strumento per imporne un uso in economia, sia come strumento per limitarne l'uso ai bisogni più urgenti, finché duri la scarsità. Ma in questo caso le divergenze dal costo normale' potrebbero probabilmente essere trattate come misure eccezionali, anziché come regola generale, come accade invece sul mercato al dettaglio.

8. Conclusione

In sintesi, si può affermare che i risultati più rilevanti ottenuti dalla pianificazione sono connessi alla crescita economica e alle modificazioni strutturali su vasta scala del sistema economico, che implicano la modifica dei rapporti tra i settori e tra le branche dell'economia come anche, eventualmente, la modifica a ciò funzionale della dislocazione delle imprese e della struttura della rete dei trasporti. A maggior ragione a essa sono connessi obiettivi e rapporti sociali (fattori ambientali, livelli di occupazione, creazione di bisogni e di abitudini, modi di vita e standards sociali) che non possono essere commisurati unicamente in termini di mercato e di bilancio. Nonostante i successi che nel passato, in condizioni di laissez faire, l'impresa capitalistica ha ottenuto nell'industrializzazione, è molto probabile che, in mancanza di una pianificazione, alcune forme di sviluppo non possano aver luogo affatto, a causa delle interdipendenze strutturali esistenti: così lo sviluppo in un certo settore può non essere vantaggioso se non è sicuro che le necessarie forme di sviluppo complementari avranno luogo in un certo numero di altri settori. Inoltre, di fronte a certi tipi di ostacoli, il ritmo dello sviluppo, una volta avviato, è difficile da mantenere e di conseguenza la crescita si esaurisce. Per questi motivi negli ultimi decenni la pianificazione è divenuta, in una forma o nell'altra, parte integrante del patrimonio di convinzioni di un numero sempre più ampio di paesi sottosviluppati.
Quando la maggioranza delle economie è in espansione, seppure in grado diverso, in pratica non è possibile scindere i problemi dello sviluppo da quelli dell'adeguamento equilibrato a un dato livello della domanda di consumo (si tratta, insomma, di tutti quei problemi che gli economisti hanno chiamato problemi di ‛ottimizzazione'). Ma, nella misura in cui questi ultimi hanno la precedenza sui primi, diviene utile, come si è visto, un grado notevole di decentramento, almeno al livello delle decisioni di dettaglio; di conseguenza, diviene utile inserire il meccanismo e l'influenza del mercato nella più ampia cornice delle decisioni macroeconomiche pianificate o dirette dal centro. In queste condizioni e in rapporto a questo tipo di obiettivo, l'eccesso di centralizzazione, riducendo la flessibilità delle decisioni e congestionando l'apparato incaricato di determinarle, può effettivamente ostacolare l'adeguamento e impedire ‛l'ottimizzazione', sia per quanto riguarda l'adeguamento della produzione alle richieste dei consumatori, sia per quanto riguarda la scelta più efficace dei metodi di produzione e di allocazione delle risorse.
Di conseguenza il centro originario del dibattito teorico sulla pianificazione si è notevolmente spostato ed è divenuto meno semplice. Nessuno o quasi degli economisti che discutono oggi di questi problemi sarebbe disposto ad accettare il puro e semplice ‟non possumus" di von Mises, se non altro perché nessuno o quasi di loro, sia nel mondo socialista che nel mondo capitalista, accetterebbe di porre in antitesi, come escludentisi a vicenda, pianificazione e mercato. Il dibattito si è spostato piuttosto sul problema di quale sia la combinazione più funzionale e meglio realizzabile di questi due termini, problema che può ricevere anch'esso una varietà di risposte diverse in condizioni storiche caratterizzate da un proprio livello di sviluppo. Non si può negare che il problema ricordato più sopra dei ‛milioni di equazioni' da risolvere, per prendere le decisioni e coordinarle consapevolmente, anche se non è stato risolto completamente, è stato però seriamente ridimensionato dall'invenzione dei calcolatori elettronici. Ma qui l'ultima parola va lasciata, forse, a Lange.
In quello che è stato probabilmente il suo ultimo intervento in materia, egli parla in questi termini del rapporto tra pianificazione e calcolatori (modificando almeno in parte le conclusioni delle sue precedenti proposte di decentramento): ‟I dirigenti di economie socialista hanno oggi due strumenti di contabilità economica. Il primo è il calcolatore elettronico [...], il secondo è il mercato [...]. L'esperienza mostra che per un grandissimo numero di problemi è sufficiente un'approssimazione lineare; di qui l'ampio uso delle tecniche di programmazione lineare [...]. Il calcolatore ha il vantaggio indubbio di una velocità molto maggiore. Il mercato è un servomeccanismo ingombrante e lento. Il suo processo di iterazione ha luogo con considerevoli ritardi temporali e oscillazioni e può non convergere affatto". Dopo aver affermato, d'altra parte, che ‟persino il calcolatore elettronico più potente ha una capacità limitata", Lange conclude che per la pianificazione dello sviluppo economico di lungo periodo il meccanismo di mercato è nettamente inferiore: ‟qui non bastano più i prezzi di equilibrio di mercato, è necessaria la conoscenza dei prezzi-ombra programmati per il futuro". ‟La programmazione matematica egli dichiara inoltre si rivela uno strumento essenziale per la pianificazione ‛ottimale' di lungo periodo [...]. La programmazione matematica accompagnata dall'uso dei calcolatori elettronici è diventata lo strumento fondamentale della pianificazione economica di lungo periodo, come del resto per la risoluzione di problemi di dinamica economica di estensione più limitata. In questo caso, il calcolatore elettronico non sostituisce il mercato: assolve una funzione che il mercato non è mai stato in grado di assolvere (O. Lange, The computer and the market, in Sociahsm, capitalism and economie growth. Essays presented to Maurice Dobb, a cura di C. H. Feinstein, Cambridge 1967).

bibliografia

Bettelheim, Ch., Problèmes théoriques et pratiques de la planification, Paris 1946 (tr. it.: Problemi teorici e pratici della pianificazione, Roma 1969).
Bor, M., Aims and methods of Soviet planning, London 1967 (tr. it.: Obiettivi e metodi della pianificazione sovietica, Milano 1976).
Cole, G. D. H., Principles of economic planning, London 1935.
Dickinson, H. D., Price formation in a socialist community, in ‟The economic journal", 1933, XLIII, pp. 237-250.
Dickinson, H. D., The economics of socialism, Oxford 1939.
Dobb, M., Soviet economic development since 1917, London 19666 (tr. it.: Storia dell'economia sovietica, Roma 19722).
Dobb, M., Welfare economics and the economics of socialism, Cambridge 1967 (tr. it.: Economia del benessere ed economia socialista, Roma 1972).
Ellman, M., Soviet planning today, Cambridge 1971.
Grossman, G. (a cura di), Essays in socialism and planning in honor of Carl Landauer, Englewood Cliffs, N. J., 1970.
Hall, R. L., The economic system in a socialist state, London 1937.
Hayek, F. von (a cura di), Collectivist economic planning, London 1935.
Horvát, B., Economska teorija planske privrede, Beograd 1964.
Kantorovič, L. V., Ekonomičeskij rasčët najlučèego ispol'zovanja resursov, Moskva 1959.
Kornaj, J., Overcentralization in economic administration, Oxford 1959.
Landauer, C., Planwirtschaft und Verkehrswirtschaft, München-Leipzig 1931.
Landauer, C., Theory of national economic planning, Berkeley-Los Angeles 1947.
Landauer, C., European socialism, 2 voll., Berkeley 1959.
Lange, O., On the economic theory of socialism, Minneapolis 1938 (tr. it.: Sulla teoria economica del socialismo, in ‟La rivista trimestrale", 1962, n. 3, pp. 590-634).
Mises, L.von, Die Gemeinwirtschaft. Untersuchungen über den Sozialismus, Jena 1922, 19322.
Nove, A., The Soviet economy, London 1961 (tr. it.: Stalinismo e antistalinismo nell'economia sovietica, Torino 1968).
Pigou, A. C., Socialism versus capitalism, London 1937.
Robbins, L., The great depression, London 1934.
Sik, O., Plán a trh za socialismu, Praha 1968 (tr. it.: Piano e mercato nel socialismo, Roma 1969).
Szamuely, L., ‛Az elsö szocialista gazdasági mechanizmusok, Budapest 1971.
Ward, B., The socialist economy: a study of organizational alternatives, New York 1967.
Wilczynski, J., The economics of socialism, London 1970 (tr. it.: L'economia dei paesi socialisti, Bologna 1976).
Wootton, B., Plan or no plan, London 1934.


Top
 Profilo  
Rispondi citando  
MessaggioInviato: 21/09/2014, 21:45 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
in preparazione di un PIANO QUINQUENNALE DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICA PER LA PIENA OCCUPAZIONE , questo saggio introduce la problematica Programmazione economica in Italia.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------
Programmazione
Enciclopedia del Novecento (1980)
di Veniero Del Punta
( Parte 1 )
( TRECCANI )

Programmazione

sommario: 1. Oggetto dell'indagine. 2. Svolgimento dell'indagine. 3. Perché si ricorre alla programmazione economica. 4. Metodologia della programmazione economica. a) Determinazione degli obiettivi generali di sviluppo. b) Proiezione degli andamenti correnti delle grandezze fondamentali del sistema economico. c) Determinazione degli obiettivi specifici del piano. d) Programmazione settoriale. e) Programmazione regionale. f) Elaborazione del programma specifico d'investimenti e prove di coerenza del piano. 5. Ostacoli istituzionali alla programmazione in un'economia di mercato. 6. Le possibilità di successo della programmazione economica. □ Bibliografia.

1. Oggetto dell'indagine

Volendo scrivere, o parlare, di programmazione economica è necessario innanzitutto delimitare il campo dell'analisi. Ciò perché ogni soggetto economico, nel suo agire, esplica, consciamente o meno, attività programmatoria: e dunque ha un comportamento che si presterebbe a essere analizzato sotto questo profilo. L'individuo, ad esempio, o meglio ancora, la famiglia, compie attività di tal genere allorché decide il modo in cui spendere (o risparmiare) i propri redditi correnti o futuri, nonché gli scopi che si prefigge di raggiungere. Del pari, e anzi più propriamente, esplica attività programmatoria l'imprenditore intento a predisporre i progetti d'investimento e di produzione della propria azienda. Il soggetto, però, che viene per primo alla mente quando si parla di programmazione economica è lo Stato: ritenendosi, non a torto, che la complessità dell'epoca e dei sistemi in cui viviamo richieda, da parte di chi regge le sorti di un paese, una condotta economica non episodica bensì coordinata e coerente: appunto una politica programmata.
Ebbene, è proprio alla programmazione economica a livello statale che noi limiteremo l'analisi. Con una specificazione: cioè facendo riferimento ai paesi a economia di mercato, vale a dire a quei paesi che dal punto di vista geopolitico appartengono al mondo occidentale. Questa specificazione ha un significato importante nell'ambito del problema di cui intendiamo occuparci. Al di là di sicure analogie di natura tecnica, vi è infatti una profonda differenza tra il tipo di programmazione economica che viene normalmente attuata nei paesi chiamati socialisti e quello che è invece possibile attuare nei paesi a economia di mercato: ed essa consiste nel fatto che, mentre nei primi i mezzi di produzione (vale a dire le fabbriche e le terre, oltre, naturalmente, alle infrastrutture) sono nella loro totalità, o quasi, di proprietà dello Stato, nei secondi, cioè nelle economie di tipo occidentale, quei mezzi (fatta eccezione per le infrastrutture) sono in misura preponderante di proprietà di privati cittadini. Sicché, mentre un sistema economico socialista può essere concettualmente considerato alla stregua di un unico, immenso opificio, in cui tutte le principali decisioni vengono prese dal centro, cioè da un numero ristretto di persone aventi la possibilità di controllare direttamente l'intero opificio imponendo le loro scelte a tutta la cittadinanza, in un sistema di tipo occidentale questo genere di possibilità è assolutamente fuori della portata di coloro che sono addetti alla programmazione. Il processo decisionale, in un sistema di questo tipo, è infatti estremamente decentrato: consistendo di tanti centri di decisione quanti sono gli operatori economici presenti nel sistema, non importa se imprenditori o consumatori. Tali centri potranno essere sollecitati, indirizzati, persino pregati di comportarsi nei modi conformi alle esigenze del programmatore: ma mai costretti. Sicché è da essi, o meglio dalla sommatoria delle loro singole decisioni, che dipenderà in larga misura il perseguimento o meno degli obiettivi che il programmatore si prefigge. Da qui, anche intuitivamente, la maggiore complessità e difficoltà nel predisporre e attuare un processo programmatorio in un'economia di mercato piuttosto che in un'economia socialista. Da qui, comunque, la natura diversa di questi due tipi fondamentali di programmazione economica: e dunque la necessità di illustrarli partitamente. Una necessità che, naturalmente, non esclude che nel dedicare l'attenzione all'un tipo di programmazione, possa capitare - e capiterà certamente anche a noi - di fare occasionali riferimenti anche alla programmazione dell'altro tipo. (V. anche pianificazione).
L'aver scelto di occuparci della programmazione con riferimento ai sistemi a economia di mercato, peraltro, non delimita ancora a sufficienza il campo della nostra analisi. All'uopo dobbiamo infatti aggiungere almeno un'altra precisazione: cioè che ci occuperemo di ‛programmazione economica globale', vale a dire riferita a un sistema economico nella sua interezza. Sia concettualmente che nella realtà si distingue, infatti, un tipo di programmazione che riguarda appunto un intero sistema economico da un tipo che ne riguarda invece solo una parte: un settore produttivo, ad esempio, o una regione economica. Il primo tipo prende il nome, come abbiamo già detto, di programmazione economica globale; il secondo di programmazione economica parziale. Un esempio illustre, storicamente parlando, di programmazione economica parziale è quello fornito dalla creazione, negli anni trenta, da parte del presidente Roosevelt, della Tennessee Valley Authority, un organismo destinato a occuparsi del risollevamento economico di una regione depressa degli Stati Uniti: appunto il bacino del fiume Tennessee. Ma già questo esempio dovrebbe fare intuire come la programmazione economica parziale non possa avere la complessità né comportare le difficoltà di attuazione di quella globale: riguardando, la prima, solo una porzione del sistema e impegnando, così, solamente una quota (spesso modesta) delle risorse economiche dello stesso. E, concettualmente, implicando la soluzione di alcuni soltanto dei problemi connessi alla programmazione globale; alla quale, dunque, è sempre possibile riferirsi per comprendere la logica della programmazione parziale: mentre non è lecito fare il contrario.

2. Svolgimento dell'indagine

Di programmazione economica statuale si può discettare in vari modi: tutti validi, ma fondamentalmente differenti quanto a capacità di spiegazione del fenomeno. Il più diffuso è l'approccio ‛storico' al problema, che consente di illustrare alcune o anche tutte le esperienze di programmazione economica vissute dai vari paesi del mondo occidentale: con i successi o i fallimenti conseguiti, con le innovazioni che via via sono state apportate nel contesto delle singole esperienze, con il persistere o l'allontanarsi dell'un paese o dell'altro dalla pratica programmatoria. È certamente, questo, un modo interessante di esaminare il fenomeno: perché fornisce una serie di informazioni che, al limite, possono giungere al dettaglio più minuzioso.
Un altro modo di avvicinarsi al problema della programmazione potrebbe propriamente appellarsi ‛ideologico'. Quanto a dire, schematizzando, guardare alla programmazione economica come a un fenomeno la cui utilità per un paese è fuori discussione; o, al contrario, come a un fenomeno di cui è fuori discussione non già l'utilità bensì la pericolosità (o quanto meno l'inutilità). Questi opposti punti di vista essendo propri, rispettivamente, di coloro che, non fidandosi della spontaneità delle forze di mercato, ritengono assolutamente necessario l'intervento dello Stato nell'economia al fine di guidarla verso obiettivi particolari; e, sull'altra sponda, di coloro i quali dall'intervento dello Stato nell'economia non si attendono nulla di buono, e pertanto ne propugnano la limitazione.
Anche questo, pur nella sua contraddittorietà, è un approccio utile al problema: perché, proprio in virtù di vedute opposte, consente di comprendere i pro e i contro della programmazione: in particolare gli stimoli o i freni che essa può arrecare allo sviluppo di un paese.
Senonché, sia l'approccio ideologico sia quello storico hanno in comune un difetto: di non essere adatti all'illustrazione della logica della programmazione, e quindi di non consentire di comprendere i veri motivi del fallimento o del successo di un'esperienza programmatoria fatta da un qualsiasi paese. Valga, per tutti, un solo esempio. Se si pone mente all'esperienza di programmazione vissuta dall'Italia negli anni sessanta seguendo l'approccio storico, si potrà senz'altro dire, dopo avere illustrato nei dettagli tutto quanto in materia accadde nel periodo, che quell'esperienza non fu coronata da successo. Ma quest'affermazione equivarrà a una semplice constatazione di fatto, e come tale non potrà fornire spiegazione logica alcuna dei motivi che fecero fallire quell'esperienza. Ad analoga conclusione si perverrà se all'esperienza in oggetto si applica l'analisi di natura ideologica. In tal caso si troverà chi sostiene che il fallimento constatato storicamente è attribuibile allo scarso impegno posto dallo Stato nell'attuazione dei vari programmi economici; e chi, al contrario, sarà probabilmente propenso a considerare quel fallimento inevitabile, non potendosi burocratizzare impunemente l'economia imbrigliando, oltre misura, le forze di mercato. Ma quanto alla spiegazione logica del fallimento, anche l'approccio ideologico, come si è già visto per quello storico, non fornirà lume alcuno.
Per giungere a questo genere di spiegazione occorre ricorrere a un altro approccio: quello che potremmo definire ‛metodologico'; vale a dire a un modo di guardare alla programmazione economica dal suo ‛interno', nel senso di analizzare la maniera in cui un programma economico è stato architettato, di accertare se tale architettura abbia o meno un grado di coerenza sufficiente e quali siano i suoi difetti e i suoi pregi in vista dei fini che il programma stesso si propone. Naturalmente l'approccio metodologico può anche essere illustrato senza fare riferimento a una concreta esperienza programmatoria, bensì in astratto, avendo esso natura logica e come tale facendo parte dell'economia teorica, la quale, come si sa, è usualmente spiegata appunto secondo schemi astratti.
Ebbene: il compito che ci prefiggiamo di svolgere in queste pagine è proprio quello di parlare di programmazione economica seguendo l'approccio metodologico. La nostra sarà pertanto un'illustrazione eminentemente astratta, nel senso di non riferirsi ad alcuna particolare esperienza programmatoria; ma, proprio perché tale, adatta secondo noi a illuminare tutte le esperienze finora fatte dai paesi occidentali, e soprattutto adatta a porre in luce le difficoltà davvero enormi che la formulazione e l'attuazione di un piano comportano: consentendo, così, di capire non solo gli insuccessi che la programmazione economica ha registrato nei paesi a economia di mercato, come l'Italia; ma, per analogia, anche quelli subiti nei paesi socialisti, nonostante la grande esperienza accumulata da questi ultimi nel campo in esame.

3. Perché si ricorre alla programmazione economica

Prima di accingerci al compito suddetto, ci sembra opportuno affrontare una questione preliminare: chiarire cioè i motivi per i quali un qualunque paese del mondo possa essere indotto a ricorrere alla programmazione economica globale.
Dobbiamo subito ammettere che tali motivi possono essere differenti da un paese all'altro: in specie per quanto concerne gli obiettivi che i singoli paesi intendono perseguire per il tramite della programmazione economica. È possibile tuttavia individuare almeno due categorie fondamentali di motivi, una comune ai paesi a economia collettivista e l'altra ai paesi a economia di mercato. Per i paesi socialisti il ricorrere alla programmazione economica (o meglio alla ‛pianificazione', come là è chiamata e come del resto si chiama anche nei paesi anglosassoni che usano appunto la locuzione economic planning) ha una motivazione che può dirsi istituzionale. Difatti, in quei paesi i mezzi di produzione sono di proprietà dello Stato e spetta dunque allo Stato organizzare l'utilizzazione di questi mezzi per raggiungere gli obiettivi che esso si propone. Nell'assolvere tale compito lo Stato, sotto forma di opportune strutture tecniche e amministrative (come, ad esempio, il Gosplan in Unione Sovietica), svolge appunto attività programmatoria: e non si vede come potrebbe farne a meno se esso, riprendendo un'immagine che già usammo in precedenza, dev'essere considerato come il capo di un'azienda di produzione, grande quanto grande è il paese a cui di volta in volta ci si riferisce.
Il motivo comune che induce a ricorrere alla programmazione i paesi a economia di mercato ha natura del tutto diversa. Si tratta, infatti, non già di un'esigenza immanente - tanto è vero che molti paesi a economia di questo tipo o non sono mai ricorsi a una programmazione economica globale (esempi illustri, in proposito, sono rappresentati dagli Stati Uniti e dalla Germania occidentale) oppure, dopo esservi ricorsi, hanno ritenuto opportuno o necessario allontanarsene (esempio tipico, l'Italia) - semmai si tratta di un'aspirazione. L'aspirazione a mutare, tramite appunto la programmazione economica, il corso che l'economia di ciascuno di quei paesi seguirebbe ove se ne affidasse il governo alle forze spontanee del mercato. Per meglio chiarire questo concetto, che ci sembra fondamentale, ripetiamolo in altri termini. Un paese si dice a economia di mercato quando, al suo interno, le forze del mercato - ad esempio quelle della domanda e dell'offerta - sono lasciate libere di estrinsecarsi a piacimento. Una delle caratteristiche principali di un paese del genere è pertanto rappresentata dalla libertà d'iniziativa economica: nel senso che qualunque cittadino può tentare di divenire un imprenditore, possibilmente fortunato. Così come, in qualità di consumatore, ogni cittadino sceglie liberamente i beni da acquistare seguendo i propri gusti personali: e decidendo, al contempo, se destinare tutto il proprio reddito al consumo o invece risparmiarne una parte per soddisfare esigenze future. Tutte queste libertà, peraltro, non sono assolute, bensì vincolate dalle norme che lo Stato abbia ritenuto opportuno emanare. Un esempio banale, ma significativo per la sua terribile attualità: nessuno Stato civile consente a un proprio cittadino di fabbricare e vendere liberamente sostanze stupefacenti; come non ne consente il libero consumo. Lo Stato, dunque, anche in un'economia di mercato, fa sentire il suo intervento. E quando si afferma, come abbiamo fatto noi sopra, che un'economia del genere può esser lasciata evolvere secondo la spontaneità delle forze di mercato, l'intervento dello Stato non si palesa ma è dato per scontato.
Si può infatti sostenere con certezza che non esista paese al mondo in cui lo Stato lasci evolvere l'economia senza preoccuparsene affatto: non esiste, cioè, paese in cui lo Stato non svolga un'azione di politica economica. Il liberismo economico allo stato puro, in altri termini, è configurato solo nei libri di economia politica: come schema concettuale. Se ciò è indubitabile, non è però men vero che il grado d'intervento dello Stato nell'economia può variare di molto, da paese a paese, e di tempo in tempo; per cui la politica economica di un paese può essere più o meno elaborata e incisiva. Ebbene: allorché l'economia di un paese, nel suo evolversi ‛spontaneo', consegue risultati che la classe politica giudica soddisfacenti, la politica economica, anche se d'incisività e complessità scarse, può restare immutata: o subire solo lievi ritocchi. Quando, invece, l'evoluzione economica di un paese presenta connotati che la classe politica considera insoddisfacenti, tanto da ritenere necessaria una correzione di rotta del processo di sviluppo del sistema economico (considerato nella sua globalità e in tutta la sua complessità), la politica economica dovrà subire profondi mutamenti e le misure da adottare saranno estremamente elaborate, richiederanno tempi non brevi di attuazione ed esigeranno di essere organicamente e coerentemente legate tra di loro.
Ecco: è proprio la necessità di queste correzioni di rotta a rappresentare il motivo più profondo e accomunante per il quale i paesi a economia di mercato possono (o debbono) ricorrere alla programmazione economica. In mancanza infatti di necessità di questo tipo tali paesi potrebbero benissimo, come la realtà ci insegna, procedere nel loro sviluppo senza ricorrere alla programmazione economica: specie a quella globale. Un valido esempio di tutto ciò è fornito dall'esperienza programmatoria vissuta dall'Italia. In questo paese l'esigenza di ricorrere alla programmazione economica cominciò a sorgere nel corso degli anni cinquanta, gli anni del cosiddetto ‛miracolo economico'. Tale ‛miracolo', che consisteva in uno sviluppo inusitatamente rapido dell'economia del paese, mise anche a nudo, nel suo divenire, squilibri economici e sociali che la classe politica cominciò a giudicare non tollerabili: ad esempio lo squilibrio crescente tra livello di vita della popolazione del mezzogiorno rispetto a quello del centro-nord; oppure la differenza di redditi tra lavoratori dell'agricoltura e quelli dell'industria; e cosi via. Occorreva dunque correggere l'evoluzione del sistema economico nel suo insieme, modificando profondamente le linee di politica economica fino allora seguite. E per ottenere ciò era dunque necessario ricorrere alla programmazione economica: come infatti avvenne per tutto il corso degli anni sessanta. Che poi questo tipo di politica economica abbia raggiunto o mancato gli obiettivi per cui nacque è questione diversa: a noi premeva solo di ricordare i motivi che ne avevano consigliato l'adozione.
Stabilito lo scopo della programmazione economica ci possiamo adesso chiedere in che cosa essa consista. La risposta a questa domanda sarà piuttosto lunga, come vedremo nei capitoli che seguono. Ci sembra tuttavia opportuno darne subito il succo per illuminare il terreno su cui ci muoveremo d'ora in avanti.
Dunque: se lo scopo della programmazione economica globale è di modificare l'evoluzione ‛spontanea' del sistema economico ciò implica, come si è visto, che suo tramite si vogliono perseguire degli obiettivi diversi da quelli che il paese raggiungerebbe in assenza di programmazione. Per ottenere, o meglio per cercare di ottenere tale risultato, ci sembra peraltro evidente la necessità di disporre di una serie di dati quantitativi su cui basarsi per manovrare, se così può dirsi, il sistema economico verso gli obiettivi voluti. Sommando questi due profili si può fornire una definizione di programmazione economica che risponde sinteticamente alla domanda che ci siamo posti pocanzi: la programmazione economica globale di un sistema a economia di mercato è un insieme di misure di politica economica, suggerite da un quadro di riferimento quantitativo, che uno Stato intende prendere nel corso di un periodo di tempo prestabilito al fine di far evolvere il sistema economico verso obiettivi socialmente desiderati.
Vogliamo osservare, d'inciso, che se avessimo dovuto formulare questa definizione, non già per un'economia di mercato, ma per un'economia collettivista, avremmo messo al posto dell'‛insieme di misure di politica economica' un ‛insieme di direttive governative di natura coattiva'.
La definizione di cui sopra, dunque, ci indica che la base tecnica della programmazione è rappresentata da un quadro di riferimento espresso in termini quantitativi. Nella realtà questo quadro costituisce la parte preponderante di ciò che viene usualmente chiamato ‛piano' o anche ‛programma economico': annuale, triennale o quinquennale che sia, la parte restante del piano essendo rappresentata dalle linee di politica economica che si intendono seguire per cercare di raggiungere gli obiettivi desiderati.
È appunto alla formulazione di un ‛piano' ipotetico che dedicheremo le pagine che seguono: al fine di mostrare, al di là delle definizioni, in che cosa la programmazione economica consista effettivamente.

4. Metodologia della programmazione economica

La prima cosa da stabilire quando si vuol procedere alla formulazione di un piano è la sua durata nel tempo. Un piano può infatti abbracciare archi temporali diversi: dall'anno al quinquennio, al decennio e anche al ventennio. È evidente che quanto più lungo è l'arco temporale coperto dal piano, tanto più ambiziosi possono essere gli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere: ma anche tanto più difficile diviene quantificare gli andamenti attesi delle principali variabili economiche del sistema. E ciò per il semplice motivo che, con l'allungarsi del periodo di tempo che si intende programmare, aumentano i fenomeni imprevedibili che possono turbare l'evoluzione desiderata del sistema economico. Si può dire che, pragmaticamente, la durata ormai classica di un piano operativo sia quella quinquennale: un arco temporale né troppo breve né troppo lungo, che è stato riscontrato pressoché ottimale da paesi con una lunga tradizione in questo campo. L'Unione Sovietica, ad esempio, procede a piani quinquennali fin dal 1928.
Nel tracciare dunque i lineamenti del nostro piano ipotetico, supporremo che anch'esso debba coprire un arco di cinque anni: periodo di tempo sufficiente per avviare, se non per portare a compimento, mutamenti strutturali del sistema economico e dunque modifiche nei connotati del suo sviluppo.
Stabilita la durata prende il via la formulazione del piano, suddivisa in una serie di fasi successive. La teoria economica non ha ancora codificato con esattezza quante debbano essere queste fasi, né in quale ordine debbano succedersi. A noi sembra particolarmente chiara, e quindi da accogliere, la seguente suddivisione, proposta da un esimio studioso italiano (v. Marrama, 19683, p. 35): a) determinazione degli obiettivi generali di sviluppo; b) proiezione degli andamenti correnti delle grandezze fondamentali del sistema economico; c) determinazione degli obiettivi specifici del piano; d) programmazione settoriale, vale a dire determinazione degli obiettivi di produzione per ciascuno dei settori in cui il sistema economico viene suddiviso; e) programmazione regionale; f) elaborazione del programma specifico di investimenti (in particolare definizione delle misure di politica economica atte a influire sugli investimenti privati) e prove di coerenza del piano.
Senza entrare negli aspetti più specialistici di queste fasi, le prenderemo ora in esame una per una: avvertendo che quanto diremo si identifica, in linea di massima, con quanto in realtà si deve (o si dovrebbe) fare in un paese a economia di mercato allorché le forze politiche che lo governano abbiano deciso di ricorrere alla programmazione economica globale, cioè all'adozione di quella che correntemente viene denominata ‛politica di piano'.

a) Determinazione degli obiettivi generali di sviluppo
L'adozione di una politica di piano da parte di un paese ha ragion d'essere - torniamo a sottolinearlo - solo se si abbia in mente di perseguire determinati obiettivi che l'evoluzione spontanea del sistema economico non consentirebbe verosimilmente di raggiungere. Questi obiettivi possono essere diversi da un paese all'altro, ma ve ne sono alcuni che potrebbero dirsi ricorrenti in quanto comuni, se non alla totalità, certamente alla grande maggioranza dei programmi di sviluppo formulati dai vari paesi occidentali: la piena occupazione della manodopera, ad esempio, o l'equilibrio della bilancia dei pagamenti, cioè delle transazioni a debito e a credito di un paese con il resto del mondo. Un elenco pressoché completo dei possibili obiettivi perseguiti per il tramite della programmazione nei paesi dell'Europa occidentale fu presentato in uno studio del 1964 (v. Kirschen e altri, 1964): già allora se ne contavano ben sedici. E non v'è dubbio che qualche altro sia venuto ad aggiungersi alla lista negli anni successivi. Ma ciò che ha rilevanza nella formulazione di un piano non è tanto il numero degli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere (anche se, ovviamente, nessun piano potrà mai essere coronato da successo se gli si assegnano finalità troppo ambiziose), quanto la chiarezza con cui essi vengono espressi e l'attenzione posta nell'evitare di fissare il contemporaneo perseguimento di obiettivi tra loro contraddittori. Non è ad esempio perseguibile simultaneamente il duplice risultato di un massiccio aumento nell'occupazione e della realizzazione di investimenti tutti ad alta intensità di capitale: i quali potrebbero anche essere i più desiderabili al fine di avvicinare un paese a quelli tecnologicamente più avanzati, ma presentano l'inconveniente di assorbire basse quote di manodopera in relazione al capitale richiesto. Certo, questo non significa che un paese con manodopera abbondante (quale ad esempio l'Italia) debba, in fase di attuazione di una politica di piano, scegliere sempre e comunque tecniche produttive (cioè investimenti) a bassa intensità di capitale e quindi ad alto assorbimento di lavoro: se così procedesse, infatti, tale paese si precluderebbe ogni possibilità non solo di raggiungere, ma anche solo di avvicinare quelli più avanzati in termini di competitività internazionale e di benessere della popolazione. Significa tuttavia temperare delle esigenze diverse e contrapposte: e quindi scegliere investimenti ad alto o a basso assorbimento di manodopera a seconda dei casi. Compito arduo, come si puo immaginare, ma inevitabile: se non si vuole impostare il piano sin dall'inizio non già in termini realistici ma in termini contraddittori. Altro aspetto importante nella definizione degli obiettivi generali di sviluppo, come dicevamo, è quello di fissarli con la massima chiarezza possibile. Perché è da questa che dipende la scelta delle misure di politica economica da seguire per il perseguimento degli obiettivi in oggetto. Valga anche qui un esempio, ripreso da un nostro saggio che ci sembra ancora attuale, anche se pubblicato oltre quindici anni fa (v. Del Punta, 1964, pp. 982-983).
È noto a tutti - dicevamo in quel lavoro destinato a raffreddare gli entusiasmi che l'avvento della politica di piano stava suscitando allora in Italia - che uno degli obiettivi fondamentali che si intende attribuire alla programmazione economica nel nostro paese è rappresentato dall'eliminazione del divario tra redditi pro capite della popolazione del meridione e della popolazione del centro-nord. Ebbene non è difficile accorgersi che, espresso in questi termini, l'obiettivo in oggetto sarebbe troppo generico per servire da guida al ‛programmatore' nella fase di realizzazione del piano. Il nostro obiettivo, infatti, presenterebbe diverse strade per il suo perseguimento e, in corrispondenza di ciascuna strada, una politica diversa da adottare. Il che introdurrebbe nel processo programmatorio un fattore di incertezza tale da poter pregiudicare la riuscita del piano.
Concettualmente, l'eliminazione del divario nord-sud potrebbe essere perseguita, per illustrare una prima alternativa, sia facendo aumentare il reddito globale del meridione in misura superiore a quello del settentrione - ferma restando la distribuzione territoriale della popolazione nazionale - sia inducendo la popolazione del meridione a spostarsi verso il nord del paese, e lasciando il reddito delle due regioni seguire la sua evoluzione ‛spontanea'.
Un'altra alternativa: l'obiettivo potrebbe essere perseguito sia tramite un processo di industrializzazione capillare del meridione, vale a dire impiantando stabilimenti industriali piccoli o medi nei pressi dei diversi centri abitati; oppure creando nel mezzogiorno una serie di poli di sviluppo o di zone industriali, e lasciando spopolare i piccoli centri a vantaggio di quei poli.
E ancora: si potrebbe puntare, per il conseguimento dell'obiettivo, su una razionalizzazione dell'agricoltura piuttosto che su un processo di industrializzazione del sud. E la razionalizzazione agricola potrebbe essere ottenuta tanto con una riforma fondiaria capace di creare una serie nutrita di poderi modello, quanto con una meccanizzazione e un potenziamento economico delle grandi unità fondiarie con l'utilizzazione quindi della manodopera agricola sotto forma salariale. Potremmo continuare a lungo nel citare possibili alternative: ma ci limiteremo a sottolinearne ancora una, caratterizzata dal fatto di richiedere, per la sua attuazione, soltanto un espediente finanziario. Sempre concettualmente, infatti, ci si potrebbe limitare a usare lo strumento fiscale per prelevare al nord quanto si ritiene necessario redistribuire al sud per ottenere il desiderato livellamento dei redditi. Ebbene: di fronte a tutta questa serie di possibilità alternative come dovrebbe comportarsi il programmatore? Quale via, cioè, sarebbe indotto a scegliere per il perseguimento dell'obiettivo? L'imbarazzo della scelta, è facile intuirlo, sarebbe grande: e potrebbe condurre a un cammino incerto o addirittura contraddittorio del piano.
Fin qui quanto scrivevamo nel 1964.
A distanza di parecchi anni e soprattutto alla luce di quanto è accaduto in Italia in termini di attenuazione del divario tra i redditi pro capite del meridione e del settentrione del paese - un'attenuazione pressoché trascurabile, come è noto - è forse lecito affermare che una delle colpe della politica di piano adottata negli anni sessanta e agli inizi degli anni settanta sia stata quella di non aver qualificato bene i suoi obiettivi, in particolare quello di cui abbiamo sinora parlato: mancando anche di additare, di conseguenza, gli strumenti più idonei per perseguirli. Sicché nel meridione e per il meridione si è fatto un po' di tutto: si sono cioè contemporaneamente seguite, senza coordinazione, le strade più diverse per risollevarne le sorti economiche. Ma da una confusione di idee non poteva che scaturire un risultato deludente. Come infatti è accaduto.

b) Proiezione degli andamenti correnti delle grandezze fondamentali del sistema economico
Se, come abbiamo detto più volte, l'adozione di una politica di piano si giustifica con la necessità di fare evolvere il sistema economico verso obiettivi desiderati dalla classe politica che dirige un paese, e se ciò implica necessariamente correzioni di rotta all'evoluzione che il sistema economico registrerebbe in assenza di programmazione, appare chiara la necessità di conoscere, da parte di chi è addetto alla predisposizione del piano, quali sarebbero appunto i risultati che il sistema economico conseguirebbe nel caso in cui gli fosse lasciata la possibilità di evolversi ‛liberamente': cioè senza tutti i vincoli che una politica di piano normalmente comporta. Ebbene, la conoscenza di questo tipo di evoluzione la si può ottenere (o comunque tentare di ottenere) stimando l'andamento che le principali variabili economiche dovrebbero verosimilmente presentare nel corso di un periodo di tempo uguale o più lungo di quello abbracciato dal piano (10, 15 o anche 20 anni): insomma sufficientemente lungo da consentire l'eventuale verificarsi nel sistema dei mutamenti strutturali di cui si sente il bisogno. Si tratterà, dunque, utilizzando gli strumenti statistici ed econometrici più adatti, di effettuare proiezioni di grandezze quali il tasso di aumento medio annuo del reddito e per grandi settori di produzione, l'andamento della bilancia dei pagamenti e delle riserve valutarie e via dicendo. In Italia, ad esempio, non potrebbe mancare, tra tali stime, quella riferita all'andamento del reddito globale e pro capite delle regioni meridionali del paese. Ove queste proiezioni dovessero indicare che il sistema economico sta ‛naturalmente' evolvendo, in misura soddisfacente, verso gli obiettivi generali desiderati, la necessità dell'adozione di un programma di sviluppo verrebbe automaticamente a cadere; ma questa è evidentemente un'ipotesi altamente improbabile. Ove, invece, le proiezioni indicassero divergenze più o meno marcate tra i risultati spontanei e quelli desiderati, la necessità della politica di piano verrebbe ad apparire in tutta evidenza: e dunque anche la necessità di escogitare le opportune misure di politica economica atte a imprimere al sistema gli stimoli di cui abbisogna per evolvere nelle direzioni volute. Stimoli che dovranno essere tanto più vigorosi quanto più forti risultino le divergenze tra gli obiettivi desiderati e quelli che invece il sistema sembrerebbe raggiungere secondo le indicazioni delle proiezioni. Tali indicazioni, peraltro, non debbono mai essere considerate alla stregua di verità assolute, data la serie di eventi imprevedibili che sempre possono presentarsi sul cammino di un sistema economico in evoluzione, mutandone il corso. Esse costituiscono, semplicemente, la sola prospettiva quantitativa su cui il programmatore può basarsi.

c) Determinazione degli obiettivi specifici del piano
Questa fase della programmazione ha una ragion d'essere squisitamente tecnica. Consiste, in sostanza, nel dare contenuto quantitativo, se non a tutti, almeno ai principali obiettivi generali al cui raggiungimento il piano quinquennale è volto. Qualche semplice esempio dovrebbe essere sufficiente a illustrare la necessità di tale quantificazione. Se immaginiamo, come quasi sempre accade nei programmi economici reali, che anche il piano ipotetico di cui ci stiamo occupando si prefigga l'aumento del reddito nazionale nel corso del quinquennio a cui si riferisce, si tratterà di prestabilire il quantum di questo aumento. È evidente infatti che una cosa è puntare su un aumento del reddito nazionale ad esempio del 3% all'anno, e cosa ben diversa è invece perseguirne uno del 5%: lo sforzo richiesto dal secondo tasso di sviluppo risultando ovviamente molto maggiore di quello necessario per il primo. Così come - passando a un altro esempio - l'obiettivo generale ‛aumento dell'occupazione', una volta tradotto in obiettivo specifico (cioè quantificato), diventerà di più o meno difficile conseguimento - e quindi impegnerà quantitativi diversi di risorse destinate a investimenti - a seconda del numero di nuovi posti di lavoro di cui esso si sostanzierà. La quantificazione degli obiettivi presenta anche un altro aspetto importante: quello di consentire la prima precisazione e talvolta anche la misurazione dei contrasti tra gli obiettivi stessi. Abbiamo già detto, parlando degli obiettivi generali di sviluppo, che essi potevano risultare in contraddizione tra di loro. Abbiamo anche detto che il programmatore doveva cercare di evitare queste contraddizioni nei limiti del possibile. Ebbene sono proprio questi limiti (o almeno alcuni di essi) che possono essere individuati nel corso della fase di cui ci stiamo adesso occupando.
Facciamo un esempio. Due obiettivi generali in contrasto tra di loro potrebbero essere l'aumento del tenore di vita (e quindi dei consumi) della popolazione e l'aumento degli investimenti sociali o, più in generale, degli investimenti pubblici tout court: scuole, autostrade, ospedali, porti, aeroporti, ecc. Se infatti si vuole intensificare questa attività dello Stato, si dovrà probabilmente accrescere la pressione fiscale al fine di reperire i mezzi necessari. Ne conseguirà una riduzione delle disponibilità finanziarie e quindi, verosimilmente, una flessione nei consumi. Questo contrasto è collegabile al fatto che le risorse di cui un sistema economico dispone nel corso del tempo possono essere orientate verso due sole grandi direttrici: quella dei consumi e quella degli investimenti. È chiaro che le due alternative sono fatalmente anzi, meglio, logicamente in concorrenza tra di loro: nel senso che tanto maggiore sarà la quota di risorse destinata, ad esempio, agli investimenti, tanto minore sarà quella che sarà possibile destinare al soddisfacimento dei consumi; e viceversa. Un esempio storico di questa contrapposizione ci è fornito dall'Unione Sovietica, dove per lunghissimo tempo sono stati privilegiati gli investimenti, con il risultato di elevare il paese a seconda potenza economica mondiale, ma anche con la conseguenza di bloccare la popolazione a un livello di consumi, cioè a uno standard di vita, più basso di quello goduto dai cittadini di qualsiasi paese industrializzato del mondo occidentale.
Ebbene, nonostante il verosimile contrasto tra i due obiettivi sopra indicati, è molto probabile che essi figurino lo stesso nell'elenco dei fini generali che il piano si prefigge, essendo ciascuno troppo importante, anche politicamente, per esserne escluso. Sarà allora la quantificazione di questi due obiettivi, cioè la loro trasformazione da obiettivi generali di sviluppo in obiettivi specifici, a mettere in evidenza la misura di quel contrasto; e a indicare, stabilita la quantità di risorse disponibili allo scopo, quanto di esse potrà esser destinato a consumi privati e quanto a investimenti pubblici: e quindi a precisare gli incrementi realisticamente possibili delle due variabili nel corso del quinquennio abbracciato dal piano.
In quest'opera, indubbiamente chiarificatrice, che la specificazione degli obiettivi del piano comporta, si annida tuttavia un pericolo che, come vedremo meglio in seguito, rappresenta uno dei punti più deboli di ogni processo di programmazione, specie di quelli condotti in paesi a economia di mercato. La quantificazione degli obiettivi, infatti, può ingenerare nella popolazione di un paese l'illusione che essi, proprio perché precisati e definiti quantitativamente, saranno senz'altro conseguiti. La realtà insegna, invece, che solo raramente gli obiettivi specifici di un piano economico vengono centrati: spesso, anzi, sono mancati di molto. Del perché di ciò ci renderemo conto più avanti. Per ora ci limitiamo a ribadire che la quantificazione degli obiettivi, pur nella sua utilità, rappresenta un terreno minato per il programmatore: un terreno sul quale esso potrà, in futuro, esser condannato da una popolazione profondamente delusa. A causa, appunto, di risultanze reali che possono essere anche molto difformi, e in peggio, da quelle preannunciate.

d) Programmazione settoriale
Nello stabilire gli obiettivi specifici del piano, il compito, lo si è visto, si limita alla considerazione delle principali variabili economiche del sistema: reddito, consumi, investimenti e cosi via. Si giunge, in sostanza, a stabilire ciò che nella letteratura anglosassone va sotto il nome di planframe, cioè di ‛intelaiatura', di ‛cornice' del piano. Resta dunque la parte più complessa della predisposizione del piano stesso: per rimanere all'immagine pittorica, si tratta infatti di riempire quella cornice con una tela tutta da dipingere. Fuor di metafora, se con la definizione degli obiettivi specifici di sviluppo si sono stabiliti, com'è logico che accada, i livelli globali di produzione che il paese dovrà raggiungere nei vari anni di attuazione del piano, si tratterà adesso di stabilire il quantum di produzione che deve essere conseguito, anno per anno, da ciascuno dei settori in cui il sistema economico si suddivide. Occorre, cioè, dare il via a quella che viene denominata ‛programmazione settoriale', tenendo presente che se è vero che in nessun processo di programmazione si può spingere questa fase fino al dettaglio estremo, rappresentato dalla stima dei quantitativi annui di ciascun prodotto da ottenere nel sistema, non è men vero che una programmazione settoriale può dirsi valida solo se è sufficientemente disaggregata, nel senso di riguardare non già grandissimi settori (quali agricoltura e industria), bensì tutta una serie di comparti in cui l'agricoltura, ma soprattutto l'industria, si suole articolare.
Ad esempio, dovranno essere sicuramente stimati i livelli produttivi dei settori industriali producenti beni strumentali (siderurgia, macchine utensili, chimica di base, ecc.), nonché quelli relativi ai principali beni di consumo (automobili, tessili e abbigliamento, elettrodomestici, alimentari, edilizia abitativa, ecc.) che dipenderanno ovviamente dalla prevedibile evoluzione della domanda (anch'essa da stimare), a sua volta dipendente dall'andamento dei redditi delle famiglie (da valutare) e dei prezzi (attesi) dei beni in questione. Non si deve poi dimenticare che se il sistema economico di cui ci si sta occupando è aperto al commercio con l'estero (ed è l'ipotesi più comune a verificarsi), e magari ‛molto aperto' come l'Italia, i livelli produttivi settoriali dovranno essere stimati considerando le esportazioni di merci al netto delle importazioni: essendo evidente che il fabbisogno di un certo prodotto, nell'ambito di un sistema economico aperto agli scambi con l'estero, può essere soddisfatto tanto con la produzione indigena quanto con quella di provenienza esterna. Ne discende la necessità di includere, nella programmazione settoriale, anche le stime delle correnti di esportazione e importazione relative all'arco di tempo abbracciato dal piano.
Riteniamo che quanto sin qui accennato a proposito di questa fase della programmazione sia già sufficiente a farne intuire la complessità: e dunque la difficoltà di espletamento. Ma di queste difficoltà ci si renderà meglio conto se, come riteniamo opportuno fare, ci soffermeremo a illustrare con maggior dettaglio due soltanto delle varie ‛operazioni' che occorre eseguire per portare a compimento la fase in questione. Ci riferiamo alla stima - la cui necessità è stata appena sottolineata - delle correnti di scambio con l'estero; e a quella dei cosiddetti ‛fabbisogni intermedi di produzione', consistenti, come vedremo meglio in seguito, negli acquisti che i vari settori produttivi effettuano fra di loro per esigenze di produzione. Ma procediamo con ordine, cominciando dagli scambi con l'estero: cioè, come abbiamo detto, dalla stima delle esportazioni che ognuno dei settori (o comparti produttivi) in cui il programmatore ha suddiviso il sistema economico dovrebbe effettuare durante ogni anno del piano; e, per contro, del quantitativo di ciascuna delle merci proprie dei suddetti settori, che dovrebbe invece essere importato, sempre anno per anno.
Per procedere a queste due serie di stime non è sufficiente ricorrere a sofisticate elaborazioni statistiche, affidate magari ai più avanzati calcolatori elettronici: ciò che più conta e che è più difficile conoscere è infatti la situazione futura dei mercati clienti e/o fornitori del paese di cui ci si sta occupando. Tale conoscenza sarebbe importante perché il volume degli scambi è fortemente influenzato dall'evolversi delle condizioni economiche e politiche di tanti paesi del mondo con i quali un sistema economico - specie se avanzato, come ad esempio quello italiano - intrattiene rapporti commerciali. Ma è facile intuire come il prevedere i modi in cui tali situazioni si evolveranno nel corso di ognuno degli anni del piano, e come tali mutamenti potranno influenzare soprattutto le esportazioni del paese di cui ci si sta occupando, rappresenti un compito davvero arduo. Tanto arduo da non consentire di ritenere, una volta effettuate le stime, di esser giunti a risultati di sicura attendibilità, potendo quei risultati variare di molto nel tempo, sì da mettere a repentaglio la riuscita di qualsiasi piano di sviluppo, anche del più accurato. Si pensi, solo per dare un esempio di questa eventualità, alle ripercussioni che sulle stime dei valori del commercio con l'estero di un qualsiasi paese industrializzato (ma anche in via di sviluppo) avrebbe (ed ha) avuto la crisi del petrolio determinata, nel 1973, dalla guerra del kippùr: con i prezzi del greggio che quadruplicarono nel giro di poche settimane.
Altra operazione particolarmente complicata che deve essere effettuata per portare a compimento la programmazione settoriale è, come accennammo, quella del calcolo dei ‛fabbisogni intermedi di produzione'. Tali fabbisogni, già lo dicemmo, rappresentano gli acquisti che i vari settori del sistema economico effettuano tra di loro per esigenze produttive: in altri termini, e considerando ad esempio un settore produttivo particolarmente rappresentativo, quello automobilistico, quei fabbisogni rappresentano i quantitativi dei vari prodotti, fabbricati da altri settori ma necessari per la produzione di automobili, che vengono appunto acquistati dal settore automobilistico in un certo periodo di tempo: usualmente in ogni anno del piano. Si tratterà dunque di prestabilire, dopo aver stimato la produzione di automobili che dovrebbe verificarsi in ogni anno del piano, gli acquisti che il settore automobilistico effettuerà, sempre anno per anno, dal settore producente pneumatici, nonché da quello che produce lamierino di ferro, o vernici, o materiali elettrici, o tessuti per tappezzerie, e via dicendo. E che queste siano tutte stime necessarie, lo si comprende tenendo presente che ciascuno dei settori fornitori di quello automobilistico deve cercare di adeguare la propria capacità produttiva alle esigenze del mercato, cioè di essere in grado di soddisfare la domanda che gli proviene da ciascun altro settore, incluso ovviamente quello automobilistico. Si può dire la stessa cosa in altri termini: la stima dei fabbisogni intermedi di produzione del settore automobilistico è necessaria perché il livello di produzione di tutti i settori suoi fornitori dipende ‛anche' da quei fabbisogni; i settori in oggetto tenderanno a dimensionare nel tempo le loro capacità di produzione tenendo quindi conto ‛anche' di tali fabbisogni.
Naturalmente ciò che vale per il settore automobilistico vale anche per tutti gli altri settori o comparti produttivi in cui il sistema economico viene suddiviso dal programmatore. La stima dei fabbisogni intermedi di produzione deve dunque essere estesa a tutti i settori del sistema, dando così luogo a una rete complessa di calcoli incrociati, tanto fitta quanto sono fitti i rapporti di interdipendenza che legano tra loro tutti i settori produttivi di un sistema economico, e quindi anche quelli apparentemente più lontani tra di loro quanto a tipi di produzione. Se, ad esempio, prendendo ancora una volta in considerazione il settore automobilistico, si prevede che nel corso del quinquennio abbracciato dal piano la sua produzione aumenterà, diciamo, del 20%, e se si ammette, per semplificare il discorso, che il settore di cui ci stiamo occupando mantenga inalterata la proporzione in cui, tra interno ed estero, suddivide i propri acquisti per soddisfare i suoi fabbisogni intermedi di produzione, si può stimare che nell'anno terminale del piano i settori fornitori di quello automobilistico dovranno porsi in grado di accrescere le loro vendite a tale settore appunto di una quota di circa il 20%. Per potersi mettere in tale condizione, quei settori dovranno a loro volta acquistare dai rispettivi settori fornitori quantitativi maggiori di materiali: essendo evidentemente aumentati anche i loro fabbisogni intermedi di produzione. E così via.
Alla fine, l'intero sistema economico, in tutte le sue articolazioni settoriali, verrà a essere coinvolto dall'aumento della domanda e quindi della produzione automobilistica, in una rete, torniamo a ripetere, estremamente complicata di interdipendenze reciproche. Ora, se si tiene presente che nel corso di un piano quinquennale di sviluppo non è solo la produzione di un settore a subire mutamenti e a determinare, di riflesso, variazioni nei livelli produttivi di tutti gli altri; ma, come norma, è l'insieme di tutti i settori che si sviluppa (perché è appunto ciò che usualmente desidera il programmatore) e che quindi determina una serie di reazioni a catena nei livelli produttivi di ogni singolo comparto in ogni periodo del piano; se si tiene presente ciò, dicevamo, possiamo facilmente intuire il grado di complessità di stime di tal genere. Per fortuna dei moderni programmatori, da qualche decennio essi dispongono, almeno come bagaglio concettuale, di uno strumento econometrico adatto allo scopo: si tratta dell'analisi delle interdipendenze strutturali (input-output analysis, nella letteratura anglosassone) messa a punto dall'economista americano W. Leontief (un contributo di tale importanza da aver valso al suo autore il premio Nobel per l'economia). L'uso di questo strumento, peraltro, non è dei più agevoli: anche perché richiede una massa di informazioni statistiche, continuamente aggiornate, che solo pochissimi paesi al mondo possono cercare di apprestare. Tant'è vero che gli stessi paesi socialisti, per i quali l'input-output analysis ha un valore inestimabile, data la loro inderogabile necessità di pianificare i propri sistemi economici, incontrano tuttoggi notevoli difficoltà a trarne l'intero potenziale beneficio.


Top
 Profilo  
Rispondi citando  
MessaggioInviato: 21/09/2014, 21:47 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
PROGRAMMAZIONE ( PARTE 2)

e) Programmazione regionale
Un aspetto di rilevante importanza di un programma economico globale può essere quello della suddivisione del territorio nazionale in regioni economiche. Ed è agevole intuirne il motivo. Difficilmente, infatti, un paese registra un tipo di sviluppo economico territorialmente equilibrato, vale a dire tale che tutte le sue varie parti geografiche ne possano beneficiare in misura ragionevolmente diffusa. Per cui, allorché un paese decida di ricorrere alla programmazione economica globale, si avverte la necessità di correggere gli squilibri economici territoriali determinatisi nel tempo. Si può anzi dire che talvolta è proprio tal genere di squilibri a ingenerare nella classe dirigente di un paese l'esigenza di dare avvio a una politica di piano: è il caso dell'Italia, dove la spinta maggiore a ricorrere alla programmazione economica ebbe sicuramente origine dal problema del sottosviluppo delle regioni meridionali.
Ci si può chiedere a questo punto che cosa significhi accingersi alla programmazione regionale nel contesto della programmazione economica globale. La risposta è semplice dal punto di vista concettuale; molto difficile, invece, dal punto di vista concreto, cioè operativo. Concettualmente possiamo dire che una volta individuata la regione (o le regioni) economica bisognosa di una particolare attenzione (intendendosi per ‛regione economica' una parte del territorio del paese i cui confini non coincidono necessariamente con quelli di eventuali regioni amministrative ma che vengono invece tracciati sulla base di parametri, appunto, economici) si tratta di fissare l'obiettivo che, con riferimento a tale regione, si intende perseguire con il piano di sviluppo e di predisporre gli strumenti volti a consentire il raggiungimento di tale obiettivo. Se, ad esempio, com'è accaduto per il meridione d'Italia, si fissa, quale obiettivo principale della programmazione regionale, l'attenuazione del divario tra il reddito pro capite della popolazione di una zona delimitata e quello del resto del paese, e se si stabilisce che tale obiettivo debba essere perseguito, principalmente anche se non esclusivamente, attraverso un'accelerazione del processo di industrializzazione di quella regione, in tal caso la fase più importante della programmazione regionale sarà quella di specificare quali e quanti insediamenti industriali dovrebbero essere impiantati nel territorio della regione durante il periodo del piano. Ripetiamo: ragionamenti del genere sono semplici a farsi, ma non lo è altrettanto la loro realizzazione. Fissare, ad esempio, se sia più consono all'obiettivo della programmazione regionale, nei termini ora ipotizzati, realizzare nella regione investimenti in industrie di base o, invece, in industrie manifatturiere a più alto assorbimento di manodopera; e, nell'ambito di questa alternativa, qual genere di imprese privilegiare, e poi ancora in quali luoghi della regione ubicare fisicamente gli stabilimenti: già tutto questo solleva una serie di problemi di non facile soluzione, neppure a livello di studio. Tuttavia, anche ammettendo di avere risolto problemi del genere, rimane sempre irrisolto un problema fondamentale, almeno nel contesto di un sistema a economia di mercato: come indurre gli imprenditori a effettuare nella regione prescelta, e nei luoghi indicati, proprio i tipi di investimenti che il programmatore riterrebbe più opportuni ai fini del perseguimento dell'obiettivo prefissato. È questo un problema tanto importante da richiedere una riflessione a parte: cosa che faremo in seguito. Per adesso ci limiteremo a osservare che per il programmatore non esiste una soluzione certa di tale problema: ma solo probabile e con un grado di probabilità molto basso.
Naturalmente - sempre ipotizzando che l'obiettivo della programmazione regionale sia quello di far recuperare terreno, in termini di reddito, a una zona meno sviluppata del paese - è possibile che la strategia scelta non sia quella di un'accelerazione del processo di industrializzazione; ma, ad esempio, di un potenziamento e di una razionalizzazione dell'agricoltura; o di uno sfruttamento più intensivo delle vocazioni turistiche, ove quella regione ne abbia; o, ancora, di una combinazione qualsiasi di queste possibilità. Ma i compiti del programmatore, in pratica, cambiano solo nella forma e non nella sostanza: restando comunque di difficile attuazione.
Torniamo a prendere ad esempio il mezzogiorno d'Italia. Ebbene: potrà criticarsi quanto si voglia la maniera in cui, nel contesto o anche al di fuori dei programmi economici nazionali, si è operato al fine di allineare i redditi di quella regione economica con quelli del resto del paese. Ma non potrà negarsi che qualunque fosse stata la strategia prescelta, essa avrebbe comunque implicato la necessità di reperire sul posto persone dotate di sufficiente spirito d'intrapresa per realizzare almeno una parte degli investimenti necessari al fine voluto. E neppure potrà negarsi che una tale ricerca sarebbe stata, come è stata per molto tempo, destinata all'insuccesso. Lo spirito imprenditoriale non può essere creato solo predisponendo un piano di sviluppo: esso infatti altro non è che un fattore della produzione, presente in alcune popolazioni e meno presente, o raro, in altre; per formarlo non basta qualche lustro, ma occorrono decenni, talvolta generazioni.

f) Elaborazione del programma specifico d'investimenti e prove di coerenza del piano
Di fase in fase siamo ormai giunti al culmine, o forse sarebbe più proprio dire al cuore del piano economico: alla predisposizione del programma specifico di investimenti. Vale a dire alla specificazione, cioè all'individuazione quantitativa e qualitativa degli investimenti necessari per consentire a ciascuno dei settori produttivi di raggiungere i livelli di produzione richiesti dal piano stesso (e stimati, come si ricorderà, nella fase della programmazione settoriale). La crucialità di questa operazione, ma soprattutto l'importanza della sua traduzione in termini concreti, è di facile apprezzamento ove si pensi che è solo se saranno effettuati investimenti nella qualità e quantità individuate che gli obiettivi del piano, qualunque essi siano, potranno essere perlomeno avvicinati; mentre, in caso contrario, essi saranno sicuramente mancati. Infatti è soltanto attraverso investimenti addizionali che si potranno creare gli incrementi di produzione e di reddito richiesti per soddisfare le esigenze del paese; come è solo attraverso nuovi investimenti che sarà possibile predisporre altri posti di lavoro, assorbendo i quantitativi desiderati di manodopera; e via dicendo.
In un sistema a economia di mercato, le categorie fondamentali di investimenti sono due: quelli pubblici e quelli privati. In linea di massima gli investimenti pubblici, più che interessare direttamente l'apparato produttivo del paese, sono volti a facilitarne lo sviluppo. Essi, infatti, comprendono soprattutto opere infrastrutturali (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), oppure opere di carattere civile (scuole, ospedali, chiese, case d'abitazione popolare, ecc.). Nei sistemi economici moderni non mancano investimenti pubblici in settori direttamente produttivi come quelli realizzati in Italia dall'industria elettrica; o quelli (semipubblici) effettuati dalle imprese a partecipazione statale (raggruppate sotto enti di gestione quali l'IRI, l'ENI, e l'EFIM). Ma la parte certamente più rilevante degli investimenti in settori direttamente produttivi è riservata, nelle economie di mercato, agli imprenditori privati. Ed è quindi con questi ultimi che il programmatore deve confrontarsi: perché è dal loro comportamento più o meno conforme alle indicazioni del piano che dipendono le sorti del piano stesso. Dunque preoccupazione fondamentale del programmatore sarà appunto quella di saggiare le aspettative d'investimento degli imprenditori privati: egli, cioè, chiederà a questi imprenditori di rendergli note le loro intenzioni d'investimento per ogni anno di attuazione del piano. Ottenute queste informazioni, il programmatore cercherà di verificare, settore per settore, se gli investimenti previsti dagli imprenditori privati con l'aggiunta, ove sia possibile, di quelli che effettuerà l'operatore pubblico (le cui intenzioni sono ovviamente note a coloro che formulano i piani) saranno o meno sufficienti a creare le quote addizionali di capacità produttiva necessarie per raggiungere gli obiettivi di produzione desiderati. Naturalmente sarà ben difficile che questa verifica si palesi del tutto soddisfacente fin dall'inizio. È per contro molto probabile che vi siano discrepanze più o meno nette tra i volumi d'investimenti desiderati e quelli preventivati; nonché tra le ubicazioni degli investimenti indicate dal piano (si pensi ai problemi della programmazione regionale) e quelle che gli imprenditori hanno in animo. È a questo punto che il processo programmatorio cerca il suo completamento: con l'innesto, nel quadro quantitativo fin qui costruito, di una serie di misure di politica economica volte a indurre gli imprenditori privati a effettuare investimenti nella quantità e della qualità desiderate dal programmatore. Queste misure possono assumere caratteri diversi: ad esempio essere di portata generale, oppure specifica. Le prime consistendo, ancora ad esempio, in agevolazioni e incentivi di natura fiscale o creditizia per qualsiasi iniziativa imprenditoriale avente determinate caratteristiche; e le seconde sostanziandosi in vincoli particolari, come potrebbero essere le licenze per nuovi impianti, o i divieti di ampliamento di quelli esistenti in certe zone, e così via.
Si pone qui un quesito: misure del genere saranno sufficienti a fare agire gli imprenditori privati proprio come desidererebbe il programmatore? La risposta, in linea generale, non può che essere negativa. È praticamente impossibile, infatti, in un sistema a economia di mercato in cui la libertà d'iniziativa è garantita dall'ordinamento giuridico, e che è sottoposto alle forze della concorrenza interna ed estera, fare in modo che tutti gli imprenditori si comportino secondo i desideri del programmatore: il quale, in fondo, si identifica con il governo. Tuttavia, il programmatore può sperare che le ‛deviazioni' imprenditoriali dai suoi disegni non siano tali e tante da costringerlo a ricominciare da capo la formulazione del piano. E che, invece - magari con alcuni ritocchi agli obiettivi - le intenzioni di investimento degli imprenditori, tenendo conto degli effetti che su di esse possono esercitare le misure di politica economica escogitate allo scopo, vadano incontro alle esigenze del piano. Se così sarà, vorrà dire che una delle principali ‛prove di coerenza' del piano è stata superata. E il programmatore potrà dar corso alle altre prove, che potranno riguardare tutta una serie di fenomeni di cui sin qui non ci siamo occupati. Ad esempio il volume delle riserve di valuta: controllare cioè se, ai previsti livelli di importazione ed esportazione, il volume delle riserve si conserverà entro il livello di guardia desiderato. Ad esempio, ancora, la situazione del bilancio dello Stato, cioè verificare se gli investimenti pubblici previsti, o i sussidi e gli incentivi alle imprese e le altre spese a carico dello Stato, risultino compatibili con le entrate prevedibili e con l'eventuale deficit ammissibile. E così via.
Se tutte le prove di coerenza ritenute necessarie saranno superate, il piano potrà finalmente essere varato. Il che significa, ad esempio, essere illustrato al parlamento, che può essere chiamato a esprimere un parere consultivo o anche vincolante, a seconda dei casi. Ma qui ci si addentra nella parte applicativa e amministrativa del piano: della quale non intendiamo occuparci, per non scivolare nel regno della casistica. Ci preme invece soffermarci su un altro aspetto della programmazione nel contesto di un'economia di mercato, vale a dire sulle difficoltà di ordine istituzionale che un piano economico, anche il più perfetto dal punto di vista tecnico, troverà in fase di attuazione. Difficoltà che vanno ad aggiungersi alle moltissime di natura tecnica che abbiamo appena terminato di illustrare.

5. Ostacoli istituzionali alla programmazione in un'economia di mercato

Ci sembra legittimo qualificare come ‛istituzionali' quegli ostacoli alla programmazione che, in un'economia di mercato, sono rappresentati non solo dalle istituzioni in senso giuridico-amministrativo, ma anche da fenomeni caratteristici di un'economia di mercato in quanto tale. Qui ci occuperemo soprattutto di questi ultimi. (V. anche mercato).
Di uno di essi, da annoverare tra i principali, abbiamo già iniziato a parlare: ci riferiamo all'iniziativa imprenditoriale privata e alla necessità, per il programmatore, di indirizzarla secondo le esigenze del piano. Abbiamo già detto che ciò rappresenta un compito arduo: perché è molto difficile individuare le misure di politica economica necessarie per fare in modo che gli investimenti vengano effettuati nelle quantità, nei modi e nei tempi voluti. Ma quel compito è arduo proprio perché, istituzionalmente, in un'economia di mercato l'iniziativa economica privata è e non può essere che libera. E come tale suscettibile di estrinsecarsi in modi e in direzioni difficilmente prevedibili, data la miriade di centri decisionali che la caratterizza. Ogni singolo imprenditore, infatti, è libero di effettuare o meno un certo investimento in un dato luogo e in un dato tempo; se, per quanto concerne il luogo, si possono immaginare vincoli o addirittura divieti per determinate aree di un paese, non v'ha dubbio che nessun obbligo potrà mai esistere per l'imprenditore per quanto concerne il momento in cui effettuare l'investimento. Egli sceglierà questo momento secondo i suoi calcoli di convenienza e le sue aspettative. Ebbene già questo grado di libertà che, ripetiamo, non potrà in nessun caso essere sottratto all'imprenditore privato, se si vuole che un'economia resti di mercato, è sufficiente a far sì che un piano economico - anche se, per ipotesi, tecnicamente perfetto - possa fallire gli obiettivi che si prefigge. Questi obiettivi infatti, come già sappiamo, dipendono sempre dalla creazione di nuove risorse, vale a dire di ricchezza addizionale: e questa a sua volta dipende appunto dal livello degli investimenti effettuati. Per cui, ove il livello degli investimenti previsti dal piano non venga realizzato perché gli imprenditori, nella loro libertà di iniziativa, non hanno ritenuto di raggiungerlo, gli obiettivi del piano non saranno certamente conseguiti e dovranno essere rinviati nel tempo.
Un altro ostacolo istituzionale alla programmazione in un'economia di mercato può essere rappresentato dalle organizzazioni sindacali. E non tanto da quelle degli imprenditori che non hanno, in concreto, potere sostanziale sul comportamento dei loro associati; quanto da quelle dei lavoratori che invece questo potere detengono, e talvolta in misura davvero notevole. Per cui salvo nell'ipotesi, invero estremamente irreale, che i sindacati dei lavoratori siano talmente filogovernativi da accettare tutto ciò che il programmatore richiede per l'intero periodo di tempo abbracciato da un piano economico, salvo in questo caso, dicevamo, vi saranno sempre, nel corso di tale arco di tempo, motivi di attrito non solo tra sindacati e pubblici poteri, ma altresì tra sindacati e organizzazioni imprenditoriali o anche aziende singole, specie se di grandi dimensioni. Questi attriti sono il frutto di una prerogativa di cui i sindacati dei paesi a economia di mercato sono gelosissimi: l'autonomia d'azione. In base a tale autonomia, essi si riservano di promuovere le loro rivendicazioni ogniqualvolta lo ritengano necessario: ricorrendo spesso, specie in alcuni paesi quale ad esempio l'Italia, all'arma dello sciopero. L'uso di tale arma rappresenta certamente un diritto fondamentale, sulla cui legittimità non può sussistere dubbio alcuno; ma, nei fatti, lo sciopero comporta una perdita di produzione potenziale; quindi una minor creazione di ricchezza; e dunque l'allontanamento del sistema dal raggiungimento degli obiettivi del piano, dato che essi richiederebbero la disponibilità di risorse addizionali in una misura che, appunto a causa degli scioperi, non potrà essere realizzata.
Parecchi ancora sono gli ostacoli di natura istituzionale che potrebbero essere elencati, ma ci limiteremo, qui, a ricordarne solo un altro: per mostrare come essi possano avere origine non solo interna ma anche esterna al paese che si sta di volta in volta considerando. Per l'Italia ad esempio (ma anche per la Francia, o per la Germania, o per l'Inghilterra) un ostacolo di tal genere è rappresentato dalla sua appartenenza alla Comunità Economica Europea. E consiste nel fatto che il trattato istitutivo della Comunità prevede la libertà di movimento tra i paesi membri non solo delle merci ma anche dei fattori della produzione: cioè dei lavoratori e dei capitali. Dobbiamo precisare che questo obiettivo, dopo oltre vent'anni dall'entrata in funzione del Mercato Comune Europeo, è stato realizzato pienamente solo per le merci, mentre i fattori produttivi incontrano ancora alcuni vincoli nei loro spostamenti. Ciò nonostante essi si muovono: nessuna autorità italiana, ad esempio, potrebbe vietare a un imprenditore tedesco, o francese, o inglese di impiantare una propria fabbrica in una qualunque parte del nostro paese per la produzione di un bene qualsiasi (salvo che non esistano specifici divieti validi anche per i cittadini italiani). Ebbene tale libertà di stabilimento potrebbe benissimo contrastare con le indicazioni e le previsioni di un piano economico al punto da poterlo scompaginare. Facciamo un esempio: supponendo che l'Italia disponesse di un piano economico tanto perfetto da contenere l'elenco di tutte le fabbriche da creare durante il periodo del piano, nonché i loro livelli di produzione e le loro localizzazioni. Supponendo, insomma, che il piano in questione avesse l'effettiva possibilità di ottenere un successo pieno solo che ne venissero seguite tutte le indicazioni. Ebbene: è allora evidente che qualunque evento economico che dovesse verificarsi nel paese, ma che non fosse contemplato dal piano, ne turberebbe la possibilità di realizzazione. A determinare tale turbamento basterebbe pertanto l'inattesa decisione di uno o più imprenditori stranieri di impiantare degli stabilimenti in Italia nel corso degli anni del piano: infatti quegli stabilimenti, per funzionare, sottrarrebbero manodopera ad altri impieghi; inciderebbero, in positivo o in negativo, sulla bilancia commerciale; assorbirebbero probabilmente quote di crediti che il programmatore aveva previsto che fossero utilizzate in maniera diversa. Il piano perderebbe così la sua perfezione: e gli obiettivi prefissati dovrebbero subire dei mutamenti. Naturalmente a conclusioni analogbe si giungerebbe ove ipotizzassimo movimenti di manodopera in entrata o in uscita dal paese, in misura diversa da quella indicata dal piano. Oppure immaginando un imprevisto aumento di competitività di alcuni partners europei che andasse a influire negativamente sulla bilancia commerciale dell'Italia. E via dicendo.

6. Le possibilità di successo della programmazione economica

Possiamo avviarci alla conclusione di questo excursus sulla natura della programmazione economica riferita a un'economia di mercato. E la maniera più opportuna per farlo è forse quella di esprimere qualche giudizio sul grado di affidamento che la programmazione può dare circa il raggiungimento degli obiettivi che si propone. La domanda da porci è, dunque, la seguente: quante possibilità di successo ha un piano economico nel contesto di un'economia di mercato? Se a questa domanda ci fosse imposto di rispondere con una sola parola, diremmo: scarse. Se invece ci fosse offerta l'opportunità di giustificare questo laconico parere, cominceremmo con l'osservare che il termine ‛scarse' va riferito soprattutto alle probabilità che nella realtà di un sistema economico in evoluzione vadano a combaciare le previsioni quantitative del programma (cioè i suoi obiettivi espressi appunto quantitativamente) e le risultanze effettivamente conseguite. Potremmo addirittura aggiungere che tali probabilità più che scarse sono praticamente nulle. E ciò per una serie nutritissima di motivi su alcuni dei quali, ma non certamente su tutti, ci siamo soffermati nel corso delle nostre precedenti riflessioni. Abbiamo infatti visto quanto complessa sia la formulazione di un piano dal punto di vista squisitamente tecnico: la difficoltà delle stime da effettuare; fenomeni di interdipendenza da considerare; la messe di informazioni statistiche necessarie e la loro tendenza al rapido invecchiamento. Infine, anche ammettendo in via di ipotesi il superamento di tutte queste difficoltà, il presentarsi sul cammino della realizzazione del piano di ostacoli di carattere istituzionale.
Possiamo accennare ancora ad altri eventi capaci di intralciare il piano di sviluppo di un paese: ad esempio una crisi politica in una zona del mondo produttrice di materie prime fondamentali per il paese in questione (torna qui in mente la crisi del petrolio esplosa durante gli anni settanta); o condizioni meteorologiche particolarmente avverse e tali da sovvertire i pronostici relativi alle produzioni agricole; o processi inflazionistici aventi cause magari esogene al sistema, e quindi incontrollabili, ma tali da influenzare negativamente le correnti di scambio con l'estero e i livelli di riserve valutarie desiderati dal paese; e via dicendo.
Tutti questi fenomeni hanno più probabilità di sommarsi che non di elidersi a vicenda nella realtà di un paese che abbia deciso di ricorrere alla programmazione economica globale. Ed è proprio da ciò che deriva il nostro convincimento circa l'esistenza di una possibilità molto remota di riscontrare in concreto risultati collimanti con quelli previsti in un piano economico; nonché l'ammonimento, già accennato nelle pagine precedenti, a non riporre troppa fiducia nei calcoli e negli obiettivi quantitativi che figurano in un qualsiasi piano di sviluppo: e soprattutto a guardarsi bene dal promettere alla popolazione di un paese che quegli obiettivi saranno effettivamente raggiunti nei tempi indicati dal piano stesso.
Corre qui alla mente l'errore davvero grossolano ed eticamente imperdonabile commesso dalla classe politica italiana allorché, negli anni sessanta, in clima di euforia nei riguardi della politica di piano, promise alle popolazioni meridionali del paese il raggiungimento di obiettivi, in termini di occupazione di manodopera e di riduzione del divario nel livello di benessere rispetto al resto d'Italia, che poi furono clamorosamente mancati. Quelle promesse si basavano sui calcoli di piani quinquennali aventi come obiettivo prioritario proprio il risollevamento del meridione: ma erano solo calcoli, carenti, tra l'altro, anche sul piano tecnico. E non si doveva riporre in essi una fiducia che certamente non meritavano.
Ci sia consentita, a questo punto, una breve digressione. Se è vero, come abbiamo appena detto, che è altamente improbabile che un piano economico trovi il pieno conforto della realtà in un sistema a economia di mercato, quasi altrettanto improbabile è che il fenomeno si verifichi nell'ambito di un sistema socialista. È vero che in sistemi economici di questo tipo la programmazione non deve superare tutti gli ostacoli che gli si parano davanti nelle economie di mercato: ad esempio non esistono nei paesi socialisti sindacati dei lavoratori che godano di un'autonomia d'azione paragonabile a quella esistente nei paesi occidentali, come non esiste la libertà d'iniziativa economica privata, per cui gli investimenti produttivi (e non) sono direttamente effettuati dallo Stato. Tuttavia le difficoltà di far raggiungere al sistema economico esattamente gli obiettivi che un piano si propone sono elevatissime anche in questo caso: anzitutto perché restano intatti, pure per un sistema socialista, tutti i problemi tecnici da affrontare nella formulazione di un piano. E noi sappiamo quanto essi siano ardui, specie se il paese socialista che si sta considerando si trova ormai in una fase avanzata di sviluppo e quindi con un sistema economico estremamente complesso e articolato. Non è un caso, a questo proposito, che i piani economici dell'Unione Sovietica abbiano incontrato difficoltà crescenti di realizzazione a mano a mano che, nel tempo, l'economia di quel paese ha raggiunto stadi di sviluppo più elevati. Inoltre, pesa anche sulla programmazione dei paesi socialisti il verificarsi di eventi improvvisi e non previsti: come ad esempio cattivi raccolti agricoli, o crisi internazionali che cambino repentinamente accordi commerciali sui cui contenuti il pianificatore aveva basato i propri calcoli.
Ma torniamo alle economie di mercato, ponendoci un'altra domanda: se in paesi del genere - in cui di piani economici si potrebbe anche fare a meno - un piano può tanto difficilmente essere coronato da successo, è allora da ritenere che il ricorrere a una politica di programmazione sia inutile o addirittura controproducente? La risposta da dare a tale quesito ci sembra sicuramente negativa. E per una serie di ragioni. In primo luogo - e qui c'è di conforto il parere di W. A. Lewis, premio Nobel per l'economia - non è legittimo misurare la riuscita o meno di un piano basandosi solo sul grado di rassomiglianza tra obiettivi del piano stesso e risultati concretamente raggiunti dal sistema economico; bisogna guardare oltre. Nelle parole di Lewis: ‟Il fatto che un'economia non fornisca i risultati previsti non rappresenta un argomento contro la programmazione. Le decisioni non possono essere tutte rinviate sol perché non è possibile prevedere correttamente il futuro: e la programmazione serve appunto a porre in chiaro ciò che ci si attende, a rivelarne l'inconsistenza e dunque a migliorare il processo decisionale" (v. Lewis, 19682, p. 124). È fuor di dubbio, infatti, che la formulazione di un piano richieda un notevole processo di riflessioni e di approfondimento delle conoscenze sul funzionamento del sistema economico allo studio. Sicché già questo fatto ne rappresenta un frutto positivo, se è indubbiamente vero, come ammoniva L. Einaudi, che bisogna prima conoscere per poter poi deliberare correttamente. Inoltre non è affatto detto che gli obiettivi che un piano si prefigge siano sempre mancati in modo clamoroso. È invece più probabile che se non tutti, almeno alcuni siano raggiunti, sia pure parzialmente. Infine - e anche questo è un fenomeno importante - l'adozione di una politica di piano può instaurare, in un paese, un clima più favorevole alla soluzione o ai tentativi di soluzione di certi problemi. Un esempio concreto, in proposito, può ancora una volta esserci fornito dall'Italia. Se, come sembra corretto fare, identifichiamo gli anni sessanta con quelli del tentato ricorso del nostro paese a una politica di piano, e se torniamo a ricordare che uno degli obiettivi prioritari (comunque quello politicamente e socialmente più rilevante) era rappresentato dal problema del mezzogiorno, si deve riconoscere che mai come in quegli anni l'opinione pubblica nazionale ha avuto modo di prender coscienza dell'importanza che la soluzione di tale problema avrebbe avuto per il paese intero. Ebbene, questo tipo di consapevolezza ha certamente contribuito a dare avvio alla soluzione del problema meridionale; almeno nella misura in cui si sono dovute reperire risorse finanziarie con il consenso del Parlamento: di un organo, cioè, che rappresenta tutto il paese e quindi proprio la pubblica opinione. Si può anzi aggiungere, al riguardo, che parlare di un fallimento completo della programmazione economica italiana, come tanto si è sentito negli anni settanta, sia da considerarsi un peccato di esagerazione. In Italia la programmazione è sicuramente fallita quanto a discrepanza tra risultati concreti e obiettivi prefissati (anche per mancanza di realismo di questi ultimi); ma non è certo fallita del tutto quanto a convincimenti che essa ha determinato, non solo nella pubblica opinione, ma in tutta la classe dirigente del paese: la quale ha ovviamente continuato - e continua - a prendere decisioni anche sulla base di tali convincimenti; e pertanto continua a influire sull'andamento del sistema economico indirizzandolo, magari inconsapevolmente, proprio verso quegli obiettivi che l'abbandono ufficiale della politica di piano sembrava aver messi in ombra. Da questo punto di vista si può anzi asserire che così come, nel corso degli anni sessanta, il ricorso alla programmazione economica fu salutato in Italia con entusiasmo eccessivo, altrettanto eccessiva è stata la fretta con cui, nel corso degli anni settanta, quel processo è stato accantonato. Il che è probabilmente dipeso dalla scarsa conoscenza, da parte della classe politica, del significato e dei limiti della programmazione economica in un'economia di mercato.

bibliografia

Archibugi, F., Principî di pianificazione regionale, Milano 1980.
Carabba, M., Un ventennio di programmazione (1954-1974), Bari 1977.
Del Punta, V., Sul significato e sui limiti della programmazione economica, in ‟Rivista di politica economica", giugno 1964, pp. 979-1005.
Del Punta, V., Programmazione economica razionale, Firenze 1970.
Di Fenizio, F., La programmazione economica in Italia (1946-1962), Torino 1965.
Forti, G. B., Appunti per una storia della programmazione in Italia, Torino 1972.
Hagen, E. E., Planning economic development: a study, Homewood 1963.
Hirschman, A. O., The strategy of economic development, New Haven 1958.
Khachaturov, T. S., Methods of long-term planning and forecasting, London 1976.
Kirschen, E. S. e altri, Economic policy in our time, Amsterdam 1964.
??? La programmazione in Italia, in Lessico Universale Italiano, vol. XVII, Roma 1977, pp. 693-695.
Leontief, W., Input-output economics, Oxford 1966 (tr. it.: Teoria economica delle interdipendenze settoriali (input-output), Milano 1968).
Lewis, W. A., The principles of economic planning, London 1963 (tr. it.: Principî di programmazione economica, Milano 1970).
Lewis, W. A., Development planning, London 1966.
Lewis, W. A., Development planning, in International encyclopedia of the social sciences, vol. XII, New York 19682, pp. 118-124.
Lombardini, S., La programmazione. Idee, esperienze, problemi, Torino 1967.
Marczewski, J., Planification et croissance économiques des démocraties populaires, Paris 1956.
Marrama, V., Problemi e tecniche di programmazione economica, Bologna 19683.
Ministero del Bilancio, Schema di sviluppo dell'occupazione e del reddito nel decennio 1955-64, Roma 1955.
Ministero del Bilancio, Programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-69 (Piano Pieraccini), Roma 1965.
Ministero del Bilancio, Progetto '80. Rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-75, Roma 1969.
Myrdal, G., Beyond the welfare State: economic planning and its implication, New Haven 1958.
Papi, G. U., Pianificazione indicativa, in Dizionario di economia politica, Torino 1967.
Ruffolo, G., Rapporto sulla programmazione, Bari 1973.
Saraceno, P., La programmazione negli anni '70, Milano 1970.
Sitzia, B., Teoria dei sistemi e programmazione economica, Milano 1979.
Stanislaw, W., The economies of the Soviet bloc: a study of decision making and resource allocation, New York 1964.
Tinbergen, J., The design of development, Baltimore 1958.
Tinbergen, J., Central planning, New Haven 1964.
United Nations, Programming techniques for economic development, with special reference to Asia and Far East, Bangkok 1960.
United Nations, Planning for economic development, New York 1963.
Walinsky, J., The planning and execution of economic development: a non-technical guide for policy makers and administrators, New Yor


Top
 Profilo  
Rispondi citando  
MessaggioInviato: 15/11/2014, 18:08 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
LA CRISI ECONOMICA PIU LUNGA DI TUTTI I TEMPI PONE FINE DEFINITIVAMENTE ALLE POLITICHE NEOLIBERISTE E MERCANTILISTICHE.
RITORNANO LE RICERCHE SUL NUOVO MODELLO DI SVILUPPO , LA RINASCITA DEL MURO NON DI BERLINO MA DI ROMA E' IMMINENTE.

UNA RELAZIONE DEL PROF. FRANCO ARCHIBUGI MASSIMO TEORICO DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA ITALIANO .


Fondazione Giacomo Brodolini FGB
Progetto: Le culture del Socialismo
Sottoprogetto: Programmazione, cultura politica, cultura di Governo

Seminario:
in Roma, 22 Maggio 2012


I socialisti e la programmazione: tra passato e futuro
Relazione di Franco Archibugi


Sommario

1. La pianificazione nella tradizione socialista
2. I primi tentativi di metodo alternativo di governo
3 .L’aborto sovietico e la crisi del socialismo
4. Il dibattito socialdemocratico fra le due guerre e la battaglia per la “democrazia
economica”.
5. Gl’indirizzi della democrazia economica nella rinascita postbellica
6. Le responsabilità dei socialisti nel fallimento della pianificazione
7. Un fattore sottovalutato: la crisi stessa delle ‘teoria economica’
8. Gli aspetti tecnici indispensabili della vera programmazione
9. Qualche conclusione
Riferimenti bibliografici



I socialisti e la programmazione: tra passato e futuro


1. La pianificazione nella tradizione socialista

Nella tradizione socialista, la ‘pianificazione’ o la ‘programmazione’1 come
metodo di gestione della ‘politica economica’, ha ricoperto sempre una attenzione
e una affezione particolare. Nella ‘cultura’ del socialismo la pianificazione
economica è stata sempre intesa come strumento di attuazione del ‘socialismo’2
.
Infatti, la visione e la fiducia del Socialismo si è da sempre fondata su una
trasformazione politica radicale della struttura sociale (‘rivoluzione socialista’)
basata sul sovvertimento del ‘sistema’ capitalista, dominato e governato dai
‘possessori’ del capitale.
Rispetto alle pratiche usuali dei governi delle democrazie liberal-democratiche
borghesi, nelle quali si è sempre posto solo il dibattito sulle convenienze e sui
limiti dell’ ‘intervento pubblico’ nell’economia, con iniziative e regole tendenti a
disciplinare lo sviluppo spontaneo della iniziativa privata in un libero svolgersi
1
Considero qui come sinonimi le due parole, giàcché l’uso della parola ‘programmazione’ nel
senso di metodo e procedure di politica economica alla scala nazionale, sub-regionale e anche
sopra-nazionale, è un fatto squisitamente italiano e pertinente alla lingua italiana. In qualsiasi
lingua europea la matrice è la stessa (planning, planification, planum). La parola
‘programmazione’ (programming, etc.) viene altrove riservata per applicazioni più specifiche e
tecniche, anche nel campo delle discipline tecniche e socio-economiche di ispirazione sistemica e
strategica. In Italia nel, secondo dopoguerra, a causa della devastante esperienza politica
antidemocratica (nell’Urss, nelle ‘democrazie popolari, e negli altri paesi del fronte sovietico)
della pianificazione in regime totalitario, che in fondo non era né democratica, né vera
pianificazione, si è ufficialmente adottato il nome di ‘programmazione’, per distinguerne il
concetto, e alleggerirne il significato. Un fenomeno molto locale che non ha avuto riscontro in
nessun altro paese o lingua europea, anche laddove si avevano motivati motivi per rigettare la
esperienza sovietica.
2
Vorrei qui riprodurre una definizione (di Antonio Giolitti) dei rapporti fra pianificazione e
visione socialista che mi sembra racchiuda bene il modo di intendere tali rapporti da parte della
‘cultura’ socialista:
Nella prospettiva socialista, la programmazione economica assume il suo pieno significato al fine della
costruzione del socialismo nella democrazia, proprio come mezzo per la soluzione democratica del
problema del potere nella società industrializzata. Con la programmazione il potere di decisione nelle
grandi scelte di politica economica viene esercitato dalle istituzioni democratiche responsabili davanti
alla collettività, e l’intervento pubblico e l’iniziativa privata vengono coordinati e indirizzati in funzione
degli obiettivi fissati da quelle decisioni. La programmazione, come strumento della politica socialista,
non è semplicemente un procedimento per la massimizzazione di quantità economiche, ma piuttosto una
strategia per la democratizzazione del potere economico.
Per la partecipazione dei sindacati [“operai” come “padronali”, ma anche di tutte le forme associative non governative, in via di enorme crescita numerica nella società post-industriale (nota mia)] alla formazione del programma, deve essere assicurata una sede istituzionale nella fase consultiva del
procedimento distinta da quelle che sono le sedi istituzionali nelle quali si esercitano, a livello politico, le funzioni rappresentative e le responsabilità di decisione dei partiti. Tale consultazione è condizione
indispensabile perché il programma possa essere accettato come “Quadro di riferimento” per le rivendicazioni delle organizzazioni sindacali, la cui azione è e deve restare libera e autonoma, ma al tempo stesso deve essere messa in condizioni di svolgersi e regolarsi sulla base di una esatta e tempestiva
conoscenza degli obiettivi e dei vincoli di compatibilità del programma di sviluppo economico perseguito
dal governo. [Un socialismo possibile, 1967, p.57-58, per ulteriori informazioni si veda la mia recente
testimonianza all’incontro promosso da Fondazione Basso e Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
F.Archibugi, “La programmazione come strumento specifico della utopia socialista”, Donzelli editore, Roma 2012].
continua nel link
http://www.francoarchibugi.it/pdf/I%20s ... %20et..pdf


Ultima modifica di antonio77 il 16/11/2014, 18:48, modificato 1 volta in totale.

Top
 Profilo  
Rispondi citando  
MessaggioInviato: 16/11/2014, 18:31 
Non connesso

Iscritto il: 11/03/2012, 22:41
Messaggi: 103
La relazione del prof. Archibugi.

Alcune osservazioni metodologiche, storiche e politiche.

A ) Pianificazione o Programmazione Economica.


La prima problematica riguarda la terminologia , programmazione o pianificazione ?
Le argomentazioni del prof. Archibugi riguardo l' utilizzo del termine planning sono condivisibili, ma un altro aspetto probabilmente piu importante e che la pianificazione non prevvede la presenza di una economia di mercato mentre la programmazione si.
In Italia una parte della democrazia cristiana e una parte dei compagni socialisti sono stati politicamente di 'destra'. Il loro modello fallimentare era la PROGRAMMAZIONE INDICATIVA.
Il famoso quadro di riferimento. Ecco questa non era la programmazione economica ma tentativi di politica economica fortemente interventista, ma mai programmazione economica.
Se l' analisi è corretta potremmo concludere che pianificazione e programmazione uguali sono anzi identici.
E invece no, la pianificazione come storicamente realizzata non prevede la presenza di settori economici e piccole aziende ad economia di mercato, mentre la programmazione economica si.
La differenza tra pianificazione economica e programmazione economica è di natura orizzontale sui settori economici e sulle dimensioni delle aziende, ma non vi è differenza di natura verticale, le aziende che entrano nel perimetro dei piani quinquennali di programmazione economica, aziende statali a partecipazione statale pubblica amministrazione ed eventualmente alcune aziende di grandi dimensioni strategiche per lo stato devono sottostare alle indicazioni strategiche dell' ufficio centrale di programmazione. Invece settori industriali, artigianato e commercio devono vivere e svilupparsi nel modello economia di mercato.

Questo è stato il fallimento della programmazione economica con il modello programmazione indicativa in italia un fallimento solo politico dovuto a parte della DC e a parte del PSI.

2) Unione Sovietica.

L' analisi politica del prof. Archibugi sull' unione sovietica è totalmente condivisibile, una classe politica di burocrati criminali ed ignoranti si sono impossessati del potere in Unione Sovietica.
L' analisi storica richiederebbe tempo spazio ed ulteriori approfondimenti.
In unione sovietica non vi era un proletariato ? Vi era un intero popolo di affamati e diseredati , un popolo erga omnes di proletari e di sotto proletari, esercito senza cibo e vestiti, proletariato urbano senza casa e cibo, mancava la classe operaia, storicamente vladimiro lenin è stato il piu grande uomo politico di tutti i tempi, costrui una coscienza politica separata ma dentro il proletariato con i bolscevichi e quindi con la teoria marxista leninista , che influenzo in parte la cina e l' asia.( vedi il post Marx, Lenin Luxemburg e la teoria del partito ).
La storia e il materialismo storico ci dicono che lenin non poteva aspettare la nascita della borghesia con il popolo affamato e letteralmente nudo senza vestiti.
Errori Vladimiro ne fece , la comica abolizione della moneta, e poi la svalutazione del rublo se ricordo tre milioni e duecentomila rubli per un kg di pane, le prime fucilazioni di popolazioni non russe a sua insaputa, oggi sappiamo che non era vero. Ma la politica della NEP e la capacità di ascolto , lo stile di vita al limite della povertà anche quando il potere che aveva era enorme, la la grave malattia, la lettera al congresso contro stalin e poi il probabile avvelenamento da parte di stalin.
L' uomo nuovo di Lenin era Nikolaj Ivanovič Bucharin con Bucharin grande intellettuale ed economista autore di un saggio sull' efficienza economica attualissimo ancora oggi la storia dell' unione sovietica e della pianificazione economica sarebbe stata diversa.
Stalin capi chi era Bucharin , tu sei di destra e lo fucilò.
Che il modello accentrato di pianificazione economica sovietico fosse lento, burocratico e antiquato questo è tutto da analizzare.
In riferimento ai beni di consumo fu un disastro questo è documentato, ma in riferimento ai beni d' investimento ad esempio settore astronautico ed armi, militare e grandi infrastrutture ponti case ad presenza di parchi nei centri delle grandi città ,soprattutto edilizia fu superiore e di molto al modello capitalistico.
Certamente il grande socialista antonio giolitti aveva ragione :
' Nella prospettiva socialista, la programmazione economica assume il suo pieno significato al fine della costruzione del socialismo nella democrazia, proprio come mezzo per la soluzione democratica del problema del potere nella società industrializzata.
Con la programmazione il potere di decisione nelle grandi scelte di politica economica viene esercitato dalle istituzioni democratiche responsabili davanti alla collettività, e l’intervento pubblico e l’iniziativa privata vengono coordinati e indirizzati in funzione degli obiettivi fissati da quelle decisioni.
La programmazione, come strumento della politica socialista, non è semplicemente un procedimento per la massimizzazione di quantità economiche, ma piuttosto una strategia per la democratizzazione del potere economico. '

Non vi sono solo problemi di QUANTITA' di MERCI per questo basta la società di mercato con il profitto, ma vi sono problemi di QUALITA' dentro la PRODUZIONE e problemi di DEMOCRAZIA e di PARTECIPAZIONE.

3) La Socialdemocrazia, la ' democrazia economica', la 'cogestione'.
( continua )


Top
 Profilo  
Rispondi citando  
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 6 messaggi ] 

Tutti gli orari sono UTC + 1 ora


Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi

cron

Nessuno di noi qui nel forum possiede "tutte" le qualità necessarie per capire la "complessità" della politica, ma se uniamo le nostre forze, forse potremmo arricchirci tutti nella sua comprensione.
Powered by phpBB. Servizio offerto da MondoWeb.net