erding ha scritto:
Ora la sinistra se è tale ha degli ideali molto più forti di quelli della destra. La destra è più pragmatica persegue fini più utilitaristici, ha un collante forte che è il danaro, il capitale, tutto ciò che è immediato e venale. Ciò li porta ad essere più calcolatori e a non farsi condizionare da mezzi moralmente discutibili, insomma; il fine giustifica i mezzi.
Per chi invece ha della politica una concezione diversa, più ideale, più solidaristica, più legalitaria il fine non giustifica i mezzi. Da qui i vari distinguo, la maggiore conflittualità nel tenere un comportamento piuttosto che un altro. ...Non so se sono riuscito a spiegare il mio pensiero.
L'hai spiegato molto bene, almeno dal mio punto di vista, avendo dato la stessa risposta che do io, quando emerge questo problema: la sinistra è ricca di idee e le idee complicano e dividono. Le persone a sinistra sono in linea di massima quelle che più amano la politica, e hanno di conseguenza una più marcata identità personale di tipo politico, e inevitabilmente questa identità finisce per pesare, distinguendosi dalle altre identità.
E' inoltre connaturato alla genesi stessa della sinistra il concetto di "trascendenza", cioè di "migliore" contrapposto a quello di "esistente": questo spinge a cercare (mentalmente prima, praticamente po) qualcosa di diverso e di migliore anche in rapporto alla situazione esistente nel proprio stesso partito, e in ogni progetto e proposta che vengono presentati.
Ma io farei un mezzo passo indietro, ponendomi una domanda: perché parlare delle divisioni come se fossero automaticamnte un fattore negativo?
Assumendo questa visione negativa, infatti, si cerca la causa di una colpa, cioè si cercano i difetti, si cercano gli elementi costitutivi di una debolezza: ciò implica che saranno visti sotto una luce negativa anche quegli elementi che, positivi in se stessi, sono considerati come causa di un esito negativo, e dunque saranno ri-letti e ri-definiti con accentuazione negativa, perfino denigratoria.
E' il caso, per esempio, del disprezzo di fatto verso gli intellettuali, ridefiniti come "intellettualoidi", perché per loro stessa natura sono coloro maggiormante destinati a contrapporre argomenti contro argomenti, e allo scetticismo, al dubbio.
E' il caso della semplice, basilare fenomenologia della discussione, del confronto di idee, le quali - dall'invenzione del linguaggio, scritto e parlato, in poi - si esprimono tramite le parole: si parlerà della "sinistra parolaia", non più nemmeno come caso patologico ed eventuale, ma come sua identità costitutiva da cui nasce inesorabilmente il sub-fenomeno delle "divisioni".
Succede insomma, come in certe indagini che vediamo nei polizieschi: quando si suppone che un certo tizio sia il colpevole, tutto ciò che lo riguarda, tutto ciò che si scopre della sua vita appare come un antefatto del delitto, e appare come la prova della sua propensione al male, o come minimo della sua ipocrisia.
Personalmente, io parto da un presupposto totalmente diverso: la divisione non solo è "naturale", ma è positiva. Forse non coincide con l'efficienza, ma è innanzi tutto positiva in se stessa.
Questo punto di vista ha anche un suo allegato: che la sinistra non è solo "partito organizzato", ma è anche (soprattutto) una scelta di campo e una vasta corrente di pensiero che si articola attraverso la storia.
Questo allegato ha una conseguenza, tra le altre, che si presenta direttamente come posizione politica pratica: l'identificazione con un sistema politico-istituzionale che privilegia quanto più possibile la rappresentanza reale, contro una fisiologia del potere che tende invece alla concentrazione e alla rappresentanza formale - ogni volta che la sinistra ha derubricato questa posizione dalla propria identità, è diventata un'altra cosa o ha smesso di essere.
Il problema nasce nel momento in cui la sinistra si trova ad avere a che fare con la gestione del potere: la sinistra (la sua identità storica) appare in contraddizione con il suo ruolo.
Questo avviene perché le istituzioni che arriva a gestire hanno una genesi e una matrice ideologica che è disomogenea a quella della sinistra: qualcuno ha detto, a giusta ragione, che la sinistra ha storicamente mancato di elaborare una propria teoria delle istituzioni, essendosi trovata ad aspirare e a gestire quelle che ha invece elaborato e introdotto il liberalismo, limitandoci ai tempi più recenti.
Un peccato di omissione molto grave, non compensato dal fatto che la sinistra ha invece una grande tradizione teorica sui fenomeni sociali, e che anzi si basa su una forte base etica e intellettuale di tali fenomeni, fin dai tempi di Caio e Tiberio Gracco.
La destra, ma in fondo anche le forze centriste, si riducono pur sempre all'ancestrale teoria sociale di Menenio Agrippa, che viene in un modo o nell'altro riproposta anche nella più recente e raffinata modernità.
Tornando a noi, cioè alla domanda iniziale, si capisce bene che questo dicotomia tra identità sociale e ruolo di potere introduce un ulteriore, e pesantissimo, fattore di diversificazione - teorica e pratica - in seno alla sinistra.
Fattore che, a destra, è ridotto ai minimi termini, per altro quasi esclusivamente pratici.