Dove va l'America?

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Trump ordinò all'Fbi di insabbiare il Russiagate
2/35

La Repubblica
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI Un'ora fa


NEW YORK - La vendetta di James Comey arriva in un "memo", abbreviazione per memorandum. Un dossier, insomma, in cui l'ex-capo dell'Fbi licenziato in tronco la settimana scorsa vuota il sacco e inchioda il presidente. L'accusa è grave: in un incontro fra i due a febbraio, Donald Trump chiese al capo dell'Fbi d'insabbiare l'indagine sul Russia-gate. In particolare l'inchiesta che la polizia federale (che ha anche responsabilità di contro-spionaggio) stava svolgendo sul generale Michael Flynn.
Il ruolo di Flynn nel Russiagate. Quest'ultimo è una figura centrale nel Russia-gate. Trump nominò Flynn come suo massimo consigliere per la sicurezza nazionale, cioè capo del National Security Council che all'interno della Casa Bianca è la cabina di regìa di politica estera, difesa, anti-terrorismo. Ma Flynn aveva nascosto una serie di rapporti con la Russia, incontri clandestini con l'ambasciatore di Vladimir Putin durante la campagna elettorale, perfino pagamenti ricevuti. Di fronte alle rivelazioni Trump dovette cacciarlo. La posizione di Flynn ha continuato ad aggravarsi, ora è stato convocato dalla commissione d'inchiesta parlamentare e su di lui pende un "sub-poena" cioè l'obbligo di testimoniare sotto giuramento.

Il timore della Casa Bianca, si presume, è che dalla testimonianza di Flynn possano uscire altre rivelazioni compromettenti. Per esempio sul fatto che Trump fosse al corrente dei contatti coi russi in campagna elettorale? (Va ricordato che la stessa campagna fu contrassegnata da ripetuti attacchi di hacker russi contro Hillary Clinton). Ora arriva l'ultimo colpo di scena.
Già si sapeva - lo stesso Trump non ne ha fatto mistero - che dietro il licenziamento di Comey c'era l'esasperazione del presidente per l'indagine dell'Fbi sul Russia-gate, tuttora in corso e che genera prove utilizzabili nell'ambito della commissione parlamentare. La soffiata al New York Times indica che il presidente aveva tentato d'interferire pesantemente nel lavoro della polizia federale, che è indipendente dalle direttive dell'esecutivo. Quella richiesta d'insabbiare l'indagine sul Russia-gate che a febbraio Comey respinse, "firmando" così la propria uscita di scena, è ai limiti dell'abuso di potere.
I colloqui tra Trump e Comey. Comey, rivela il Nyt, creò un memorandum - inclusi alcuni appunti che sono classificati - su ognuna delle telefonate e gli incontri avuti con il presidente. Non è chiaro se Comey denunciò al ministero della Giustizia, da cui dipende, la conversazione avuta con Trump e la sua richiesta e l'esistenza degli appunti. Comey vide Trump il 14 febbraio, il giorno dopo le dimissioni di Flynn, costretto a lasciare l'incarico perche', si era scoperto, aveva mentito al vicepresidente Mike Pence assicurandogli che non c'era nulla di male nella telefonata con l'ambasciatore russo. Quel giorno, ricostruisce il Times, Comey era nello Studio Ovale con Trump ed altri vertici della sicurezza nazionale per un briefing sul terrorismo. "Quando la riunione si concluse Trump disse ai presenti, incluso Pence e dil ministro della Giustizia Jeff Session, di lasciare la stanza per restare da solo con Comey". Una volta solo Trump inizò un filippica contro le fughe di notizie suggerendo a Comey di

“considerare (l'opzione) di mettere in prigione i reporter per pubblicare informazioni classificate prima di affrontare l'argomento Flynn" riferisce una delle due persone vicine a Comey, che hanno parlato con il Times. Comey "si consultò con i suoi più stretti consiglieri sull'accaduto e tutti condivisero l'impressione che Trump avesse cercato di influenzare l'indagine (un accusa che ove mai trovasse una conferma indipendente potrebbe configurare il gravissimo delitto di 'intralcio della giustizia', per cui in questo caso Trump rischierebbe la presidenza, ndr) ma tutti decisero che avrebbero cercato di mantenere segreta la conversazione (con Trump), anche agli stessi agenti dell'Fbi che stavano conducendo l'inchiesta sul Russiagate, in modo che la richiesta del presidente non influenzasse il loro lavoro".
Il pezzo del Times sembra suggerire che l'avvertimento minaccioso di Trump a Comey, all'indomani del suo licenziamento, di stare attento a cosa avrebbe deciso di far filtrare alla stampa perché potrebbero esserci "registrazioni degli incontri", non preoccupi affatto Comey.Da sottolineare anche il fatto che il New York Times rivela la sua fonte: uno stretto collaboratore di Comey. La guerra dell'intelligence contro il presidente, a colpi di dossier e fughe di notizie, diventa sempre più spietata.
La risposta della Casa Bianca. La Casa Bianca nega che il presidente Donald Trump abbia chiesto all'ex capo dell'Fbi, James Comey, licenziato in tronco lo scorso 9 maggio, di fermare l'indagine sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn. "Il presidente non ha mai chiesto a Comey o a chiunque altro di porre fine ad alcuna indagine, compresa ogni indagine relativa al generale Flynn", si legge nella nota della Casa Bianca. Trump "ha il più alto rispetto per le nostre agenzie delle forze dell'ordine e per tutte le inchieste - si sottolinea nel comunicato - questa non è una presentazione vera o accurata della conversazione tra Trump e Comey".
Democratici all'attacco. E insorgono i democratici, dopo questa nuova tegola sulla testa del presidente Usa. ''Quando è troppo è troppo'' sbotta il parlamentare democratico, Adam Schiff. ''Il paese viene messo sotto esame in un modo senza precedenti. La storia ci sta a guardare'' tuona Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica in Senato. ''Servono i mandati per ottenere i documenti legati a Flynn'' dice il parlamentare Elijah Cummings. Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera, parla di ''assalto alla legge'': se la ricostruzione di Comey è vera, il presidente ''ha commesso un grave abuso del suo potere esecutivo. Nel peggiore dei casi si è trattato di ostruzione alla giustizia''.
Ultima modifica di UncleTom il 17/05/2017, 8:32, modificato 1 volta in totale.
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ANCHE GLI STRUMPTRUPPEN COSTRETTI A PUBBLICARE LA NOTIZIA SU " 'O PROFETA"

MAOMETTO E' NEI GUAI, IL FARAONE BERLUSCONE E' VECCHIO, E MO' CHE S'INVENTANO I "MODERATI"?????



Russiagate, bufera su Trump:
"Chiese di fermare l'indagine"


Nuove accuse contro la Casa Bianca. Il Nyt pubblica la nota dell’ex capo dell’Fbi: "Trump provò a fermare le indagini"

di Sergio Rame

poco fa
UncleTom
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STRUMPTRUPPEN IN ALLARME



Chi gioca a far fuori Trump

Bufera sulle rivelazioni top secret al governo russo. È iniziata la corsa per fare fuori The Donald con ogni mezzo

di Gian Micalessin

10 minuti fa
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NELLA STORIA DELL’UMANITA’ SOLO LO SVILUPPO TECNOLOGICO ASSUME UN TREND POSITIVO.
TUTTO IL RESTO AVANZA COME I GAMBERI. UN PASSO AVANTI E DUE INDIETRO.




Dalla prima pagina de il Fatto Quotidiano nelle prossime ore in edicola:


STATI UNITI Sotto accusa per le rivelazioni di segreti ai russi
Trump rischia di far la fine
di Nixon: l’impeachment


Dopo lo scoop secondo
cui la Casa Bianca chiese
a l l’Fbi di interrompere l’in –
chiesta contro il consigliere
alla Sicurezza nazionale
Flynn sul Russiagate,
cresce la possibilità che il
tycoon venga “processato”
>>GRAMAGLIA A PAG. 12





IL PREMIO PULITZER
“È come Putin:
embra il boss
di una gang...”

>> ZUNINI A PAG. 13





SPIE E BUGIE:
STATI (DIS)UNITI
COME UN NUOVO
WATERGATE

>> FURIO COLOMBO A PAG. 13
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Il Washington Post: "Russiagate, coinvolto alto funzionario della Casa Bianca"

L’inchiesta dell’Fbi sul Russiagate ha raggiunto la Casa Bianca, secondo quanto rivela il Washington Post. Nell'inchiesta sarebbe coinvolto un consigliere del presidente. Il Nyt cita le parole di Trump: "Ho appena licenziato il capo dell'Fbi, era pazzo"

Orlando Sacchelli - Ven, 19/05/2017 - 23:00



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Ancora turbolenze negli Stati Uniti, con la stampa che va all'attacco del presidente rivelando che nell'inchiesta sul Russiagate sarebbe coinvolto anche un alto esponente della Casa Bianca.

Secondo quanto rivela il Washington Post l'Fbi starebbe verificando la posizione di un attuale stretto consigliere del presidente, molto vicino a Trump. Sino ad ora le indagini sulle presunte ingerenze russe sulle ultime elezioni presidenziali e i contatti tra membri dello staff di Trump e funzionari di Mosca, avevano riguardato solo ex membri dello staff della campagna elettorale, ma nessuno che avesse seguito il tycoon alla Casa Bianca. Ora, invece, ci sarebbe un consigliere nel mirino del Bureau. Prova, questa, che il caso starebbe raggiungendo i più alti livelli del governo americano. Con tutte le ripercussioni del caso.

Interessante anche quanto scrive il New York Times. Trump avrebbe rivelato ai funzionari russi alla Casa Bianca che il licenziamento del direttore dell'Fbi James Comey ha alleggerito "la grande pressione" che il presidente stava affrontando. "Ho appena licenziato il capo dell'Fbi, era pazzo", avrebbe detto Trump secondo il Times, che ha citato un documento letto da un ufficiale americano. "Mi sono trovato di fronte a una grande pressione a causa della Russia", avrebbe aggiunto il presidente.

Secca (e inevitabile) la smentita della Casa Bianca, tramite il portavoce Sean Spicer: "Mettendo in mostra e politicizzando l’indagine sulle azioni della Russia, James Comey aveva creato una pressione non necessaria sulla nostra capacità di impegnarci e negoziare con la Russia". Trump ha ricevuto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavorv e l’ambasciatore Serghey Kislyak lo scorso 10 maggio, il giorno dopo aver licenziato in tronco Comey. "L’indagine sarebbe comunque andata avanti", ha aggiunto Spicer. Non ha negato, quindi, l’indiscrezione del Nyt, basata su resoconti dell’incontro con i russi. "Ancora una volta la vera storia - ha osservato il portavoce - è il fatto che la sicurezza nazionale sia stata minata dalla diffusione di notizie su conversazioni private e altamente classificate".

Primo viaggio di Trump all'estero

Nel pieno della bufera mediatica Trump è partito per la sua prima missione internazionale da presidente, che lo vedrà impegnato fino al prossimo 27 maggio. Si lascia alle spalle la settimana più burrascosa da quando è alla Casa Bianca, con uno scontro politico-istituzionale senza precedenti, culminato con la nomina di un procuratore speciale per indagare sul Russiagate, ovvero sui suoi presunti legami con il Cremlino. La prima tappa è in Arabia Saudita, poi in Israele, dunque a Roma dove incontrerà Papa Francesco e il presidente Sergio Mattarella. Seguirà Bruxelles per il summit della Nato e infine a Taormina per il G7. La first lady Melania lo accompagnerà per tutto il viaggio.
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ERRORE DI POSTAZIONE 3D



Lillo sfida Renzi: “L’aspetto
a un confronto tv sui fatti”


Lunedì 22 Maggio 2017 | IL FATTO QUOTIDIANO |



Subito, di corsa. Pinocchio Mussoloni si sta facendo la barba, per essere pronto tra un ora e mezzo (le 05,00) davanti agli studi di Salsa Rubra.
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Bufera su Trump al G7 per la frase "i tedeschi sono cattivi"
Tgcom24

Redazione Tgcom24

9 ore fa




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© articolo

Un quasi incidente diplomatico tra Germania e Stati Uniti a causa di una frase detta da Donald Trump: "I tedeschi sono cattivi, molto cattivi". L'inquilino della Casa Bianca si lamentava del surplus commerciale della Germania dicendo di avere parlato con persone presenti al G7. E' servito un intervento della Casa Bianca a smorzare le polemiche: "La frase citata dal presidente era riferita al commercio non al popolo tedesco".

A gettare acqua sul fuoco, ridimensionando la vicenda, ci aveva pensato il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che all'incontro di Bruxelles (avvenuto il giorno prima e dove si sarebbe pronunciata la frase incriminata) era presente e ha parlato piuttosto di un errore di traduzione, legato probabilmente alla parola inglese 'bad'. "Non ha detto che i tedeschi sono cattivi" ma che con la Germania "abbiamo un problema", e possibilmente le dichiarazioni sono state poi riportate in modo esagerato, ha detto Juncker, parlando un po' in inglese e un po' in tedesco, visto che rispondeva alla domanda posta da un'agenzia di stampa tedesca.

Il giallo sembra poi essersi chiarito definitivamente con l'intervento dell'amministrazione Usa: Trump "ha detto che i tedeschi sono molto cattivi ('bad' nel testo ndr.) sul commercio, ma non ha un problema con la Germania" e "ha detto 'Non ho un problema con la Germania, ho un problema con il commercio tedesco' ", ha riferito Gary Cohn, direttore del National economic council che fornisce consulenza economica al presidente Usa, parlando con i giornalisti al seguito di Trump a Taormina. E Cohn ha aggiunto che, a proposito di questa polemica, il tycoon ha ricordato "che suo padre era originario della Germania".

Già la Sueddeutsche Zeitung, d'altra parte, aveva fornito una versione un po' diversa rispetto a Der Spiegel, riportando che l'aggettivo 'bad' era riferito al surplus commerciale e non ai tedeschi. Su questo una replica è arrivata da Berlino: il surplus commerciale della Germania non è "né buono né cattivo", ha dichiarato un portavoce del governo tedesco. "Un surplus commerciale non è né buono né cattivo, è il risultato dell'interazione tra domanda e offerta sui mercati globali", ha commentato.
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Rovesciare Trump e insediare Mike Pence: il piano procede

Scritto il 28/5/17 • nella Categoria: idee Condividi




Ma cosa sta succedendo negli Usa? Per capirlo bisogna ripercorrere in rapida sequenza i primi 5 mesi della presidenza. Trump inizia come un presidente di rottura, che nel suo discorso inaugurale traccia degli obiettivi e una visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo antitetici rispetto ai suoi predecessori. Come prevedibile, la reazione dell’establishment è durissima: manifestazioni di piazza, giudici che bloccano decisioni presidenziali, l’intelligence che soffia sul fuoco del Russiagate alimentando lo spettro che Mosca abbia interferito nelle elezioni mentre molti repubblicani si schierano con i democratici. Lo Stato Profondo (Deep State) è in rivolta e protagonista di ogni forma di boicottaggio. Dopo appena tre settimane, uno dei suoi consiglieri più, quello alla sicurezza nazionale, Michael Flynn, si dimette per aver nascosto alcune conversazioni con l’ambasciatore russo a Washington. In sé nulla di irrimediabile, anche il team di Hillary ha avuto contatti con l’ambasciata russa. Trump, che non conosce la potenza dell’apparato, commette un errore, si dimostra arrendevole e abbandona Flynn.

Il 6 aprile nuovo cedimento: l’altro fedelissimo, Steve Bannon, viene estromesso dal Consiglio nazionale della sicurezza, dove restano solo falchi, tra cui molti neoconservatori. Dopo poche ore Trump rinnega i capisaldi del suo discorso inaugurale e diventa improvvisamente interventista. Bombarda con i missili una base militare in Siria, lancia la “madre di tutte le bombe” in Afghanistan, fa salire alle stelle le tensioni con la Corea del Nord. Intanto, al Pentagono, si affinano i piani di guerra. Trump appare normalizzato, inghiottito dall’establishment. E improvvisamente il Russiagate sparisce dalle prime pagine, perde di intensità e di importanza. Il presidente annuncia la revoca del trattato di libero scambio Nafta ma dopo poche ore si rimangia tutto, a conferma del suo ammansimento. La revoca dell’Obamacare torna d’attualità con il convinto assenso del partito repubblicano. Poi, però, accade qualcosa. Trump ci ripensa o, almeno, dimostra di volersi riprendere qualche spazio, soprattutto diplomatico.

Dopo aver incontrato da solo il leader cinese Xi, con cui stabilisce un ottimo rapporto personale, esautora di fatto il Dipartimento di Stato, decidendo da solo la visita dal Papa il 24 maggio e, soprattutto, avviando un dialogo con Mosca; parla al telefono con Putin e riceve alla Casa Bianca il ministro degli esteri russo Lavrov. L’establishment non gradisce e inizia ad agitarsi. Le polemiche interne riaffiorano, i giornali ricominciano a descrivere una Casa Bianca spaccata e caotica. Quando il presidente decide di licenziare il capo dell’Fbi Comey, il Deep State dichiara una nuova guerra, verosimilmente definitiva, al redivivo Trump. Seguendo i dettami illustrati dall’ex consigliere di Obama Kupchan, che invitava ad «adoperare i media e l’opinione pubblica», sulla stampa amica – ovvero “New York Times” e “Washington Post” fioccano indiscrezioni e rivelazioni pesantissime, insinuanti e, come sempre, anonime, ma di fonte sicura: servizi segreti, esponenti dell’amministrazione. Gli altri media amplificano. E l’isteria monta.

Qualunque voce o ricostruzione contro Trump viene presentata dai media come sicura e provata, qualunque indizio a sua discolpa viene relativizzato o ignorato. La “Washington Post” annuncia che le informazioni passate a Lavrov durante l’incontro alla Casa Bianca sono segrete e che il presidente ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Si scopre, tuttavia, che si tratta dell’allarme sulla possibilità che l’Isis compia attentati sugli aerei nascondendo bombe nei laptop, rischio noto da giorni, e lo stesso Putin smentisce di aver ricevuto informazioni segretissime e si dice pronto a dimostrarlo. Ma non basta a riportare la quiete. McCain cita il Watergate, i democratici incalzano, i media attaccano con toni scandalizzati. E ora? Un esponente di lungo corso della politica Usa, insospettabile perché rappresenta la sinistra americana, Dennis Kucinich, legge con molta lucidità la situazione. Ricorda di non aver nulla in comune con Trump ma, in un’intervista a “Fox News”, giudica pretestuosa questa campagna.

«Se l’informazione era così sensibile perché è stata passata al “Washington Post”?», si chiede. E ancora: «Qualcosa è fuori controllo. C’è un tentativo di stravolgere la relazione con la Russia. Dobbiamo chiederci: perché l’intelligence sta cercando di sovvertire il presidente degli Stati Uniti con questi leaks? Io sono in disaccordo con Trump su molte questioni, ma su questa no. Ci può essere solo un presidente e qualcuno, nel mondo dei servizi segreti, sta cercando di rovesciare questo presidente al fine di perseguire una linea politica che ci mette in conflitto con la Russia. Il punto è: perché? E chi? Abbiamo bisogno di scoprirlo». Kucinich ha quasi certamente ragione. Qualunque pretesto è utile per perseguire lo scopo finale: ribaltare la volontà popolare, cacciare Trump e mantenere il potere nelle mani dell’establishment, al cui interno si annullano le differenze politiche tra destra e sinistra, e che governa gli Usa dai tempi di Kennedy. Il successore è già pronto: è il vice Mike Pence, che non è mai stato un fedelissimo di Trump. E’ uomo del partito repubblicano. Di lui si fidano.

(Marcello Foa, “Obiettivo finale, rovesciare Trump. Preparatevi…”, dal blog di Foa sul “Giornale” del 17 maggio 2017).
UncleTom
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Nello Stivalone, Trump, piace solo agli STRUMPTRUPPEN.

La mummia cinese di Hardcore è in sensibile ed evidente declino.

Se ne stanno accorgendo in molti. (per rimanere in pista sta cercando di commuovere l’esercito degli animalisti elemosinando un voto)

Oggi è stata una giornata particolare per una serie di avvenimenti, soprattutto all’estero.

Ma la notizia che più mi ha sorpreso, è l’articolo di Giancarlo Perna su “La Verità” diretta da Bel Pietro (che da queste parti chiamano in altro modo).

Giancarlo Perna, io lo ricordo come uno strenuo assertore del centrodestra e del suo profeta Silviolo da Hardcore.

Mi ha sorpreso pertanto, perché invece oggi attacca il vecchio profeta rinfacciandogli “il tradimento”.

Ohibò!!! Non avevo mai sentito un sacerdote della religione Bunga-Bunga attaccare in quel modo il sacro profeta.

Però questo mi permette di capire perché gli STRUMPTRUPPEN, si stanno accanendo oltre misura nella difesa nei confronti del nuovo profeta a Stelle e Strisce al di là dell’Atlantico.

Trump gli ricorda tanto il Silviolo di dieci anni fa.

Strafottente e impertinente.

Quello che a Milano chiamano un Ganassa.( per il significato vedi:
https://www.milanofree.it/milano/dialet ... anese.html)

Oltre agli STRUMPTRUPPEN, The Donald non piace a nessuno.

Anche se chi lo combatte in questo momento non è certamente migliore di lui.

The Donal e chi lo combatte, stanno portando il mondo alla deriva.





Russiagate, l’ex capo Fbi Comey accusa Trump
“Mi chiese di fermare le indagini su Flynn”

Le dichiarazioni del direttore dei Servizi segreti sono contenute nella relazione che leggerà al Senato
“Mi disse di lasciar stare l’inchiesta sui legami con Mosca dell’ex consigliere alla Sicurezza Nazionale”

Mondo
Donald Trump chiese al capo dell’Fbi di abbandonare l’indagine sull’ex consigliere di sicurezza nazionale Michael Flynn, coinvolto nel Russiagate. E’ quanto dirà giovedì l’ex direttore del bureau James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio scorso, nella testimonianza che terrà davanti alla commissione Intelligence del Senato. Il presidente Usa avrebbe descritto le indagini sulla Russia come un’ombra che comprometteva la sua capacità di agire per il Paese. E voleva fosse reso pubblico il fatto che lui non era oggetto dell’inchiesta
di F. Q.
UncleTom
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UncleTom ha scritto:Nello Stivalone, Trump, piace solo agli STRUMPTRUPPEN.

La mummia cinese di Hardcore è in sensibile ed evidente declino.

Se ne stanno accorgendo in molti. (per rimanere in pista sta cercando di commuovere l’esercito degli animalisti elemosinando un voto)

Oggi è stata una giornata particolare per una serie di avvenimenti, soprattutto all’estero.

Ma la notizia che più mi ha sorpreso, è l’articolo di Giancarlo Perna su “La Verità” diretta da Bel Pietro (che da queste parti chiamano in altro modo).

Giancarlo Perna, io lo ricordo come uno strenuo assertore del centrodestra e del suo profeta Silviolo da Hardcore.

Mi ha sorpreso pertanto, perché invece oggi attacca il vecchio profeta rinfacciandogli “il tradimento”.

Ohibò!!! Non avevo mai sentito un sacerdote della religione Bunga-Bunga attaccare in quel modo il sacro profeta.

Però questo mi permette di capire perché gli STRUMPTRUPPEN, si stanno accanendo oltre misura nella difesa nei confronti del nuovo profeta a Stelle e Strisce al di là dell’Atlantico.

Trump gli ricorda tanto il Silviolo di dieci anni fa.

Strafottente e impertinente.

Quello che a Milano chiamano un Ganassa.( per il significato vedi:
https://www.milanofree.it/milano/dialet ... anese.html)

Oltre agli STRUMPTRUPPEN, The Donald non piace a nessuno.

Anche se chi lo combatte in questo momento non è certamente migliore di lui.

The Donal e chi lo combatte, stanno portando il mondo alla deriva.





Russiagate, l’ex capo Fbi Comey accusa Trump
“Mi chiese di fermare le indagini su Flynn”

Le dichiarazioni del direttore dei Servizi segreti sono contenute nella relazione che leggerà al Senato
“Mi disse di lasciar stare l’inchiesta sui legami con Mosca dell’ex consigliere alla Sicurezza Nazionale”

Mondo
Donald Trump chiese al capo dell’Fbi di abbandonare l’indagine sull’ex consigliere di sicurezza nazionale Michael Flynn, coinvolto nel Russiagate. E’ quanto dirà giovedì l’ex direttore del bureau James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio scorso, nella testimonianza che terrà davanti alla commissione Intelligence del Senato. Il presidente Usa avrebbe descritto le indagini sulla Russia come un’ombra che comprometteva la sua capacità di agire per il Paese. E voleva fosse reso pubblico il fatto che lui non era oggetto dell’inchiesta
di F. Q.


IlFattoQuotidiano.it / Mondo



Russiagate, l’ex capo dell’Fbi: “Trump mi chiese di fermare l’inchiesta su Flynn”


Mondo


Comey nella testimonianza per la commissione Intelligence del Senato: "Il presidente mi chiese di lasciarlo andare perché è un bravo ragazzo e aggiunse di aver bisogno di lealtà"



di F. Q. | 7 giugno 2017

commenti (17)
 80








Più informazioni su: Donald Trump, Fbi, Russia


Donald Trump chiese al capo dell’Fbi di abbandonare l’indagine sull’ex consigliere di sicurezza nazionale Michael Flynn, coinvolto nel Russiagate. Il presidente Usa, del resto, ha descritto le indagini sulla Russia come un’ombra che comprometteva la sua capacità di agire per il Paese. E voleva fosse reso pubblico il fatto che lui non era oggetto dell’inchiesta sul Russiagate. E’ quanto dirà giovedì l’ex direttore del bureau James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio scorso, nella testimonianza che terrà – sotto giuramento – davanti alla commissione Intelligence del Senato e che è stata pubblicata mercoledì (LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE).

Su Flynn, Comey che ufficializza così le indiscrezioni delle scorse settimane, riferisce che il presidente gli chiese di “lasciarlo andare” perché “è un bravo ragazzo”, aggiungendo di aver bisogno di lealtà: “Mi aspetto lealtà”, gli disse, nell’incontro del 14 febbraio alla Casa Bianca. Comey sottolinea di aver detto a Trump di non poter essere “affidabile nel modo in cui i politici usano la parola, ma che avrebbe sempre potuto contare su di me nel dirgli la verità”, aggiungendo: “Non sono dalla parte di nessuno politicamente”. Sempre secondo la dichiarazione, durante una cena a due il 27 gennaio Trump avrebbe chiesto a Comey se intendeva restare alla direzione dell’Fbi. Comey sottolinea che trovava la richiesta strana in quanto “già in due precedenti conversazioni mi aveva detto che sperava io rimanessi e io gli avevo assicurato che intendevo rimanere“.






Michael Rogers, capo della National Security Agency (Nsa), e Dan Coates, direttore nazionale dell’intelligence Usa (Dni) che sono stati ascoltati mercoledì, non hanno invece confermato le notizie secondo le quali avrebbero ricevuto pressioni da Trump in merito alle indagini sulle interferenze russe nelle elezioni americane. Durante l’audizione hanno sostenuto di non essere mai stati sotto pressione, affermando però di non voler parlare pubblicamente delle conversazioni private avute con il presidente. Secondo l’ultima rivelazione del Washington Post sul Russiagate, il presidente Trump fece pressioni su Coats perché intervenisse su Comey. “Non ho mai ricevuto pressioni, né mi sono mai sentito sotto pressione per interferire o intervenire politicamente sull’intelligence”, ha detto Coats. Dello stesso tenore la deposizione di Rogers, il quale ha sostenuto che nei suoi tre anni come capo della Nsa non è mai stato portato a fare qualsiasi cosa che ritenesse minimamente illegale, immorale o non etica.

Il senatore repubblicano dell’Arizona John McCain è stato tra i primi a reagire alla deposizione di Comey, descrivendola “inquietante”. Le implicazioni, del resto, sono note: se fosse confermata l’intenzione di Trump influenzare un’indagine, il presidente Usa potrebbe essere accusato di “ostruzione della giustizia”, con possibili conseguenze che vanno dalla censura da parte del Congresso alla richiesta di impeachment.


IlFattoQuotidiano.it / Mondo













Russiagate, l’ex capo dell’Fbi: “Trump mi chiese di fermare l’inchiesta su Flynn”
Russiagate, l’ex capo dell’Fbi: “Trump mi chiese di fermare l’inchiesta su Flynn”

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Comey nella testimonianza per la commissione Intelligence del Senato: "Il presidente mi chiese di lasciarlo andare perché è un bravo ragazzo e aggiunse di aver bisogno di lealtà"



di F. Q. | 7 giugno 2017

commenti (17)
 80








Più informazioni su: Donald Trump, Fbi, Russia


Donald Trump chiese al capo dell’Fbi di abbandonare l’indagine sull’ex consigliere di sicurezza nazionale Michael Flynn, coinvolto nel Russiagate. Il presidente Usa, del resto, ha descritto le indagini sulla Russia come un’ombra che comprometteva la sua capacità di agire per il Paese. E voleva fosse reso pubblico il fatto che lui non era oggetto dell’inchiesta sul Russiagate. E’ quanto dirà giovedì l’ex direttore del bureau James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio scorso, nella testimonianza che terrà – sotto giuramento – davanti alla commissione Intelligence del Senato e che è stata pubblicata mercoledì (LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE).

Su Flynn, Comey che ufficializza così le indiscrezioni delle scorse settimane, riferisce che il presidente gli chiese di “lasciarlo andare” perché “è un bravo ragazzo”, aggiungendo di aver bisogno di lealtà: “Mi aspetto lealtà”, gli disse, nell’incontro del 14 febbraio alla Casa Bianca. Comey sottolinea di aver detto a Trump di non poter essere “affidabile nel modo in cui i politici usano la parola, ma che avrebbe sempre potuto contare su di me nel dirgli la verità”, aggiungendo: “Non sono dalla parte di nessuno politicamente”. Sempre secondo la dichiarazione, durante una cena a due il 27 gennaio Trump avrebbe chiesto a Comey se intendeva restare alla direzione dell’Fbi. Comey sottolinea che trovava la richiesta strana in quanto “già in due precedenti conversazioni mi aveva detto che sperava io rimanessi e io gli avevo assicurato che intendevo rimanere“.






Michael Rogers, capo della National Security Agency (Nsa), e Dan Coates, direttore nazionale dell’intelligence Usa (Dni) che sono stati ascoltati mercoledì, non hanno invece confermato le notizie secondo le quali avrebbero ricevuto pressioni da Trump in merito alle indagini sulle interferenze russe nelle elezioni americane. Durante l’audizione hanno sostenuto di non essere mai stati sotto pressione, affermando però di non voler parlare pubblicamente delle conversazioni private avute con il presidente. Secondo l’ultima rivelazione del Washington Post sul Russiagate, il presidente Trump fece pressioni su Coats perché intervenisse su Comey. “Non ho mai ricevuto pressioni, né mi sono mai sentito sotto pressione per interferire o intervenire politicamente sull’intelligence”, ha detto Coats. Dello stesso tenore la deposizione di Rogers, il quale ha sostenuto che nei suoi tre anni come capo della Nsa non è mai stato portato a fare qualsiasi cosa che ritenesse minimamente illegale, immorale o non etica.

Il senatore repubblicano dell’Arizona John McCain è stato tra i primi a reagire alla deposizione di Comey, descrivendola “inquietante”. Le implicazioni, del resto, sono note: se fosse confermata l’intenzione di Trump influenzare un’indagine, il presidente Usa potrebbe essere accusato di “ostruzione della giustizia”, con possibili conseguenze che vanno dalla censura da parte del Congresso alla richiesta di impeachment.
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